C’è un tema che si svolge silenzioso e quasi immutato nel tempo. È il rapporto tra arte e scienza.
Entrambe si pongono come modelli di sapienza, quali protagoniste verso un incessante fluire del contemporaneo, stabilendo un assiduo rapporto con le esigenze, i pensieri e le domande che l’uomo si pone da secoli, da millenni: Il principio di Verità e Giustizia, il senso della Vita, l’esistenza o meno di un Dio, e infine, il nostro rapporto con l’Infinito, del quale M. Mutt ci presenta silenziosamente il simbolo.
L’ARTE, tendenzialmente, più che fornire risposte, pone domande, a volte anche ripetendosi, ma spesso sorprendendoci e lasciandoci senza fiato. Si interroga e ci chiede di riprendere le nostre riflessioni dalla pagina delle DOMANDE RADICALI alle quali l’uomo non è ancora riuscito a fornire una risposta. Ci prova, ma sente anche la propria inadeguatezza a darne. Tranne alcune, flebili e deboli, che ci vengono dal presente, ancorché da altri saperi, in particolare dalla filosofia, ma anche dalla psicologia e dalla sociologia.

La SCIENZA, alla stessa pagina delle DOMANDE RADICALI, tenta di delineare qualche risposta definitiva, ma, quando crede di aver trovato la soluzione, in-certa si frena, si interroga, lasciandoci senza certezze. D’altra parte, la scienza, per sua natura, non è uno strumento per adire al vero assoluto, quanto piut-tosto un congegno che sposta in avanti e sempre più in alto le risposte, spesso complicandole e a volte creando anche guasti al Pianeta e all’Umanità, ma il più delle volte, aiutandoci.
Ciò che sappiamo è che arte e scienza si frequentano più di quanto si pensi, attraverso le rispettive tecniche e i loro risultati, e soprattutto, attraverso i medesimi postulati di immaginazione e creatività. Perché l’unica cosa che è richiesta all’arte e alla scienza, è quella di non copiare, ma di ragionare e pensare in maniera opposta rispetto al senso comune.
Se si percorre a ritroso il cammino di Lucio Fontana, possiamo raccogliere frammenti di eredità spessi di significati filosofici e contemporaneamente leggeri come veli trasparenti da sposa, capaci di indicarci uno sguardo più chiaro dell’Universo, ma anche ciò che resta da scoprire, e forse per millenni di anni ancora, dietro l’immagine mossa e ondulata del tessuto della conoscenza che ogni giorno ci porta a nuove scoperte a nuove invenzioni.
È proprio nel disvelamento microscopico della materia, nella ricerca delle onde e delle masse che muovono l’universo, che l’arte ha ancora qualcosa da dire. Se l’arte per secoli fu Bibbia per i poveri che non sapevano né leggere né scrivere, oggi può farsi anche tramite, messaggero gioioso con la scienza e, come in un gioco di specchi, ribaltare al mondo scientifico nuovi interpelli.
Noi conosciamo solo il 5% dell’Universo. La restante parte è a noi sconosciuta ed anche la nuova scoperta del Bosone di Higgs, ovvero la 17a particella elementare che compone la materia a noi nota, soprannominata impropriamente la “particella di Dio”, come fossimo riusciti a togliere tutti i veli e i misteri dell’Universo che ci ospita, spinge ancora la scienza e l’arte a proseguire nel loro cammino di ricerca, rappresentazione e divulgazione fisica del mondo.
Albert Einstein non sarebbe mai giunto alla teoria generale della relatività se avesse seguito la strada dei fisici e matematici che l’avevano preceduto.
Se non avesse pensato all’improbabile, all’impossibile, la qual cosa gli ha consentito di contenere con una formula precisa e rigorosa l’esprimersi dell’energia nell’Universo e di formularne la teoria, contraddicendo tutto quanto era stato scritto e teorizzato fino a quel momento.
Sia consentito un elogio alla bellezza di questa formula matematica: E = MC2. Pulita, equilibrata, semplice ed essenziale, come i 14 dipinti di Mark Rothko nella cappella di Houston nel Texas. Un ciclo di opere che si fanno spazio neutrale dentro i loro pigmenti grigi scurissimi e che spingono la vista a guardarle illuminate solo dalla luce che si spande intorno. Il buio del cielo nero del soffitto si fa universo senza stelle, spazio da perlustrare e illuminare.
Una formula, quella di Einstein, che è diventata imprescindibile per chi operi nel campo della fisica teorica, anche se i concetti che essa esprime sono apparentemente assurdi e del tutto capovolti rispetto alla logica umana. Come a dire che non c’è nulla che sia più autentico e realistico di un pensiero visionario.
Una formula, quella della relatività, che ci permette di avere una qualche certezza di come è fatto il mondo, e che anche gli ultimi esperimenti scientifici confermano, pur nella convinzione di molti scienziati che con la sola teoria di Einstein non si riesce a spiegare cosa avvenga, ad esempio, all’interno di un buco nero e questa è la ragione di ricerche ancora più avanzate su una teoria della gravità che possa andare oltre Einstein.
La teoria della relatività ci permette di avere una qualche certezza di come è fatto il mondo, ed anche gli ultimi esperimenti scientifici la confermano, pur nella convinzione di molti scienziati che con la sola teoria di Einstein non si riesce a spiegare cosa avvenga ad esempio all’interno di un buco nero, e questa è la ragione di ricerche ancora più avanzate su una teoria della gravità che possa andare oltre Einstein.
I buchi neri sono un banco di prova straordinario per testare il comportamento della gravità dovuto alla curvatura dello spazio/tempo in presenza di masse in movimento. Perché si comportano come giganteschi aspirapolveri cosmici e perché nulla sembra possa sfuggire al loro abbraccio, neanche la luce.
Discorsi che possono forse interessare il lavoro artistico nel campo della Light Art così come della Black Light.
Poiché, se nulla è aggirabile in scienza, e i Greci ce lo insegnano, tutto è possibile in arte. Piero della Francesca, Leon Battista Alberti, Andrea Mantegna, Leonardo da Vinci… hanno fatto per l’arte ciò ch’è riuscito a fare Einstein per la fisica. Guardando la natura del mondo, gli uni e gli altri, per riuscire a dire qualcosa di nuovo su come l’avrebbero potuta rappresentare, hanno dovuto sognare e pensare ad occhi chiusi. Einstein ha immaginato com’era fatto l’universo molti decenni prima che il telescopio spaziale Hubble ci inviasse immagini straordinarie sulla sua composizione, e non v’è giorno che la scienza non confermi la sua Teoria, e tuttavia, nel 1926, 11 anni dopo la formulazione della Teoria Generale della Relatività, da vero scienziato, afferma: «Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato».
Al contrario, la soggettività dell’arte ha consentito quella pluralità di voci e di esiti che han fatto del reale una rap-presentazione anche spesso irreale del mondo, della vita e delle persone, mentre l’oggettività della scienza, scegliendo la matematica per astrarsi dal reale, ritrova il vero illusorio esposto alle intemperie del primo esperimento che può dimostrarne il falso.
Strade diverse, ma con esiti non dissimili, perché l’arte e la scienza si guardano continuamente e sono attente ai propri avanzamenti così come ai propri falli-menti, a differenza della téchne che non ammette errori e il risultato inatteso diventa scarto, anche perché lo scarto è difficile venderlo. L’arte e la scienza spesso trovano nell’errore la strada per nuove scoperte e nuove rappresentazioni. D’altra parte è dai fallimenti che l’uomo, capendo i propri errori, si rigenera e trova la forza per risalire.
Senza il fondamento del reale oggettivo non vi è Scienza e senza l’irreale soggettivo non può esserci arte.
L’opera d’arte ha una vita diacronica lunghissima e l’uomo la conserva per secoli, senza che invecchi, perché dentro di sé contiene la ricerca di una propria verità, la bellezza ed anche il fascino dell’errore. La scienza invece, che apparentemente sembra vivere alla giornata anche quando i suoi progetti hanno durate di anni, consuma giorno dopo giorno le sue invenzioni e le sue scoperte, quasi a divorare se stessa per consegnare alla tecnica un’idea pratica-bile o una teoria indubitabile.
La scienza ha bisogno di fermare il reale per poterlo indagare. Non appena il reale si sposta o cambia, il processo d’indagine ne viene paralizzato.
L’arte, così come la poesia, è capace invece con un segno o una parola di farci immaginare il volo di un uccello, diversamente dagli ingegneri che hanno bisogno di calcoli matematici infiniti per far volare un aeroplano.
Leonardo ha studiato il volo degli uccelli per immaginare e progettare il volo dell’uomo, ma lo fa quasi cinque secoli prima che la scienza riesca a farlo volare, perché in lui arte e scienza erano tutt’uno e questo sicuramente lo avvantaggiava fra gli intellettuali del suo tempo.
Sulla velocità dell’arte rispetto al procedimento scientifico che aveva poi pro-dotto la macchina fotografica, ricordo un piccolo libretto di un viaggio in Spagna fatto da Pietro Annigoni con un fotografo tedesco. La sfida era su chi per primo riusciva a realizzare l’immagine del paesaggio che entrambi avevano davanti. In tutti i casi testimoniati dalle immagini e dalla celerità in cui venivano realizzati, arrivava sempre per primo Annigoni, al quale erano riconosciute un’impareggiabile abilità e velocità nel disegno.
La scienza è più lenta dell’arte perché fa un passo dopo l’altro, l’arte con un segno può salire l’intera scala di Giacobbe e con un solo salto portarci al centro dell’universo. Come la scala di Federica Marangoni riassunta in un concetto di salita infinita, verso appunto l’infinito, là dove per i credenti risiede la cattedra di Dio, ma anche verso un infinito senza Dio in cui la materia e il vuoto giocano come bambini senza interruzione da miliardi di anni e dove la luce e il buio si rincorrono continua-mente attraverso pareti d’ombra.
I filosofi della scienza sono convinti che quanto più il progresso tecnico e scientifico avanza nella ricerca e nella costruzione di strumenti, apparecchi e macchine utili all’uomo, tanto più l’arte potrà sperimentare nuove forme, fornire inattesi sguardi sul reale, aprire nuovi sentieri, preparare le società a inedite sfide, e che l’arte, a sua volta, potrebbe lanciare e restituire alla scienza altre fascinazioni e istigazioni per iniziare nuove ricerche.
Quando all’inizio del Novecento Làszlò Moholy Nagy, concepisce un’opera in movimento, generatrice di ombre e luci, restituisce alla scienza un campo che apparentemente attiene solo al diletto, ma che in realtà guarda ai tre specifici fondamentali della visione: Buio, Luce e Ombra.
Sempre di questo artista straordinario, è pubblicata su Internet una fotografia del 1930, con una sua celebre frase: «Non colui che ignora l’alfabeto bensì colui che ignora la fotografia sarà l’analfabeta del futuro».
Stampigliata sull’immagine, oltre alla sua frase, La fotografia come atto politico. In queste due frasi c’è molto del suo pensiero e quello della Bauhaus, e cioè la convinzione che all’inizio del Novecento l’arte fotografica avesse il potere, col proprio nuovo alfabeto, di cambiare le cose e migliorare il mondo, e che in quei tre cardini della visione: Luce, Buio e Ombra, fossero racchiuse le domande di senso della nostra vita in rapporto all’universo.
In realtà, quel tipo di fotografia ormai non esiste quasi più. Sono pochissimi i fotografi che ancora la fanno, e sono in pochi a conoscere quell’alfabeto, dissipato dagli automatismi tecnici delle nuove macchine fotografiche che solo in apparenza ci rendono tutti fotografi, e dalla ormai inutile necessità di impararlo poiché quella lingua si è talmente imbastardita e snaturata coi telefonini, i selfie… che non vi è quasi più ragione di apprenderla.
Di quella fotografia, e normalmente di tutte le fotografie, restano però totalmente integre la luce, l’ombra e il buio. Cioè i fondamenti di qualsiasi immagine, compresa la visione che abbiamo oggi dell’Universo. La scienza e la tecnica hanno studiato e operato affinché la macchina fotografica fosse alla portata di tutti, come i libri, come un qualsiasi altro documento, ma nessun scienziato, nessun tecnico o costruttore di macchine fotografiche, avrebbe mai potuto realizzare quella foto di Moholy Nagy, senza una pratica e un’esperienza artistica che discendessero da un’altissima cultura, quella cultura che ancora distingue chi guarda da chi vede, chi conosce la lingua delle immagini da chi si ferma ad osservarle.
Il rimando, l’interpello dell’arte alla scienza e alle altre discipline, non è solo perciò determinato dal bisogno di una visione olistica del mondo, ma dalla necessità di uno sguardo che non potrà mai essere solamente tecnico, bensì sensibile, poetico e politico al contempo, poiché è dal modo in cui si è capaci di rappresentare il mondo, che il mondo ci apparirà più chiaramente nelle sue verità e menzogne.
Lucio Fontana, per me uno dei più importanti artisti del Novecento, per come è riuscito a penetrare la materia e lo spirito umano, sul tema del rapporto tra arte e scienza è definitivo: «Ci rifiutiamo di pensare che l’arte e la scienza siano due fatti distinti. Gli artisti anticipano gesti scientifici, i gesti scientifici provocano sempre gesti artistici».
Io non so chi abbia oggi il primato nel fornire nuova materia all’altra, credo che in questi ultimi decenni siano stati più i gesti scientifici a provocare gesti artistici. La scienza, con le nuove ricerche e con le nuove macchine, alimenta nuovi appetiti, nuove fantasie, e tuttavia, quegli strumenti, dati in mano agli artisti, improvvisamente riescono a cambiare di senso, a modificare la prospettiva per la quale erano nati, inducendo a nuove narrazioni, ingenerando quel nuovo di cui l’arte, (ma anche la società) ha bisogno per rigenerarsi, sentirsi viva, utile, attraente, autentica, e spingendo la scienza, a sua volta, a pro-gettare e riprogettare e ad incamminarsi verso nuove frontiere.
E questo perché il rapporto tra arte e scienza è agito sullo stesso terreno: Immaginazione, Creatività, Capovolgi-mento degli assiomi conosciuti, grande Visionarietà. Anche guardando al rap-porto tra gli scienziati che ci hanno fornito la luce artificiale e gli artisti che l’hanno o la stanno utilizzando per la Light Art, cosi come per la Black Light, si comprende quanto gli uni siano stati indispensabili agli altri.
Entrambi lavorano per l’umanità, ed è solo un abbaglio il pensare che la scienza lavori per l’utile e l’arte per il diletto. In realtà l’arte è fattore di crescita anche economica per ogni nazione ed in modo particolare per un Paese come l’Italia, che potrebbe vivere con un certo agio di turismo culturale e ambientale, se solo fosse capace di comunicarli e gestirli al meglio.
Ma tra le innumerevoli sventure di questo Paese c’è stata anche quella di avere avuto un Ministro dell’Economia che dall’alto della sua incompetenza, (molti l’hanno chiamata ignoranza), aveva sentenziato che con la cultura non si mangiava.
L’Italia vivrà e riuscirà ancora a sopravvivere dopo la pandemia, grazie alla scienza, alla tecnica, ma anche all’arte. Riuscirà a farlo grazie alla bellezza delle sue città nelle quali faticano tantissimi lavoratori bravi e onesti che stanno stringendo i denti per andare avanti.
E ciò, nonostante le tre mafie, complici una serie di colletti sporchi che ad esse si sono venduti, ad una politica rissosa incapace di servire gli interessi vitali dell’Italia, e ad una burocrazia silenziosa e infernale che lavora sottotraccia per rendere sempre più complicato questo Paese che rischia così di andar distrutto. Occorre che le comunità mondiali si occupino quanto prima di questi bui sociali nei quali vengono corrose e consumate l’energia e la volontà di chi lavora e produce onestamente alla luce del sole.
È in questo buio che purtroppo stiamo lavorando, ma ANDRÀ TUTTO BENE, come scrivevano, durante il look down, i bambini nei loro disegni con l’arcobaleno.
Loro devono aver avuto fiducia nelle loro famiglie e in questo grande Paese che è l’Italia, e, se hanno scritto: “andrà tutto bene”, questa, fosse anche la sola, è la ragione per cui non possiamo ancora una volta tradirli. Sono convinto che quei bambini fossero sicuri di ciò che scrivevano. Che sapessero che la scienza si sarebbe impegnata per salvare vite umane e sconfiggere il virus e che i loro disegni spontanei sarebbero diventati virali per dare fiducia al mondo. Ancora, in quel messaggio: arte e scienza. Entrambe operano seriamente, quando sono capaci di pervenire a nuovi e seri approdi, quando puntano alla verità, solo così sono indispensabili per migliorare le condizioni di vita del genere umano.
Ma ciò non basta, serve anche una diversa società che sappia equilibrare meglio i diritti e i doveri di tutti, altrimenti rischiamo di non farcela. Altrimenti, le arti e le scienze in generale, da sole non potranno farcela.
Ma ritorno ancora ad arte e scienza. Nel catalogo della Biennale del 2018, affermavo che, «dopo secoli di ricerche per avere più strumenti per creare la luce artificiale, sono proprie di questo tempo, le ricerche sia per la realizzazione in laboratorio del buio assoluto, che per ricreare fonti di luce naturale e cercare forme più sostenibili di illuminazione proprio copiando dalla natura, e non solo guardando all’energia solare, eolica o idraulica, ma anche ai diversi strati dell’atmosfera, alle nanotecnologie applicate alla velocità e al passaggio della luce nei diversi materiali. Nel caso della ricerca del buio assoluto, c’è anche la sottolineatura che senza il buio la luce non esisterebbe e che quindi occorre tuffarsi in quel buio infinito e totale che la scienza ha immaginato prima del big bang e della comparsa delle stelle, un tuffo che ci invita a riandare all’origine profonda di noi stessi oltre che dell’Universo. Entrambe le ricerche, quella del buio assoluto e quella della produzione artificiale di luce apparentemente naturale, hanno come punto di riferimento il crinale che separa buio e luce. Entrambe, sono l’una il compendio dell’altra».
Erano ragionamenti, non certezze, erano provocazioni, non certamente acclaate e verificate convinzioni, ma è di queste ultime settimane la scoperta della possibilità di produrre energia elettrica durante le ore della notte, col favore del buio. Un gruppo di scienziati della Stanford University della California, (Masashi Ono, Parthiban Santhanam, Wei Li, Bo Zhao, e Shanhui Fan) partendo dal presupposto che il buio è attore fondamentale dell’Universo, intuiscono che proprio nel differenziale tra le fredde temperature dello spazio durante la notte e le calde temperature della superficie terrestre durante il giorno, si può catturare il calore che di notte esala dalla terra, avere energia e quindi luce, risparmiando in tal modo le fonti fossili fin qui utilizzate per produrla. Con 30 dollari di autofinanzia-mento, riescono a produrre 64 miliardesimi di W per metro quadro, ma questo è solo l’inizio di una nuova avventura scientifica e umana. La differenza tra caldo diurno e freddo notturno potrebbe aiutarci in futuro a generare energia convertendo le radiazioni infrarosse in energia elettrica. I fotodiodi utilizzati nei pannelli solari lavorando in senso inverso, sfrutterebbero così l’effetto illuminazione negativo, catturando il calore che di notte esce dalla terra verso lo spazio. Per ora si tratta di un’energia molto piccola ma in futuro si pensa che potrà scaldare le nostre case anche di notte senza l’utilizzo di materiali fossili. Non è improbabile che Nikola Tesla avesse già intuito il processo, quando parlava della possibilità di illuminare una lampadina inserendola semplicemente nel terreno.
Mentre Einstein è stato il fisico teorico che ha saputo guardare all’Universo con gli occhi di un bambino, Tesla è stato con Einstein certamente il più grande inventore tra Otto e Novecento, fino ad immaginare uno strumento per catturare e conservare l’energia dei lampi. Morì povero e solo. La Cia, il giorno dopo la sua morte, prelevò dall’albergo in cui viveva, ogni suo abbozzo di progetto, ogni sua idea visionaria, ogni sogno impossibile per gli umani. Era proprio questo che interessava alla Cia, i suoi progetti.
Di quei progetti, a distanza di quasi un secolo, non si sa nulla, perché ancora secretati dagli Stati Uniti. «Volevo illuminare tutta la terra. C’è abbastanza elettricità per diventare un secondo sole. La luce apparirà intorno all’equatore, come un anello intorno a Saturno”. A Colorado Springs ho impregnato la terra di elettricità. Potremmo spargere anche le altre energie, come l’energia mentale positiva che si trova nella musica di Bach o Mozart, o nei versi dei grandi poeti. All’interno della Terra ci sono energie di allegria, pace e amore che si esprimono per esempio attraverso un fiore che cresce dalla terra, gli alimenti che escono da essa e tutto ciò che la rende la casa dell’uomo. Ho passato anni cercando la maniera di far sì che questa energia potesse influenzare la gente. La bellezza e l’aroma delle rose possono essere utilizzati come una medicina ed i raggi del sole come un alimento. La vita ha un numero infinito di forme e il dovere degli scienziati è quello di trovarle in tutte le forme della materia. Tre cose sono essenziali in questo senso. Tutto quello che faccio è cercarle. So che non le troverò, ma comunque non vi rinuncio».
La scoperta dei ricercatori di Stanford mette in evidenza, se ce ne fosse stato bisogno, che la visionarietà di un genio è l’unica merce che per l’umanità abbia un vero valore e che durante la notte nulla resta fermo, niente resta immobile, che le particelle viaggiano per l’universo incessantemente legandosi e scontrandosi. Che, mentre noi dormiamo, si caricano di potenza e d’energia per scaricarla negli immensi oceani dell’infinito, e che la natura, non solo quella terrestre, ma anche quella cosmica degli spazi siderali a noi lontanissimi, fa il suo corso, opera in sé e per noi, e che anche il buio lavora per noi. Se gli Inuit, popolazioni indigene delle regioni costiere dell’Artico, avessero saputo come estrarre dal buio la luce che per mesi mancava loro, avrebbero evitato, come racconta una loro antica fiaba, di inviare il corvo a prenderne un pezzo per illuminare le loro lunghe notti.
Arte o scienza? Entrambe!
I romanzi di fantascienza diventano sempre più lezioni o racconti di scienza annunciata. La cultura letteraria e artistica si scambia, in un’ideale staffetta, il testimone con la scienza e la téchne.
Il rapporto, ad esempio che fino a qualche decennio fa esisteva tra Scienza delle costruzioni e Architettura, era soprattutto di tipo estetico e strutturale, oggi, al contrario, la vera sfida sta nell’unire e coniugare ambiti scientifici e artistici fino a ieri lontanissimi, sta nel trovare un equilibrio tra Medicina e Architettura, tra ricerca medica e utilizzo nelle costruzioni di materiali intelligenti. Quei materiali che Neri Oxman, una delle architette più prestigiose al mondo, chiama aware materials cioè materiali consapevoli, capaci di preservare la manutenzione degli edifici attraverso i propri microorganismi, o capaci di svolgere le funzioni nel sistema costruttivo esattamente come le cellule lavorano nel nostro organismo. Arte, scienza, fantascienza? Per ora solo fantascienza, visto che c’è ancora quasi un miliardo di persone senza una casa, ma il mondo della ricerca seria che lavora per il bene comune, già sta la-vorando per mettere insieme medicina, biologia e architettura informatica, chimica, fisica. Ancora, quindi, arte (architettura) e scienza alla ricerca dei marca-tori di energia, di vitalità e di forme di vita intelligenti, attraverso i quali costruire materiali e oggetti, ora inanimati, per le nostre case, così come per i nostri indumenti e che in futuro, come pensa Neri Oxman, dovrebbero far parte integrante delle nostre vite, aiutandoci a vivere meglio, a curarci nel corpo e nel-lo spirito, e ad appartenere definitivamente al nostro quotidiano. La sfida insomma di questa bellissima, giovane e fantasiosa architetta non è tanto quella di prepararci a vivere in un mondo come l’avremmo sognato o agognato, ma quella di realizzare un mondo come mai ce lo saremmo immaginati. E questa è la differenza che passa tra un bravo e brillante architetto e un genio dell’architettura, e lei appartiene sicuramente a questa seconda specie, così come a questa seconda specie sono appartenuti o possono dire di appartenere tutti quegli artisti e scienziati che hanno saputo innovare creando continuamente interlocuzioni tra il mondo scientifico e quello dell’arte. «…l’artista in questo contesto sociale non deve essere un semplice artigiano, ma un intellettuale preparato in tutte le discipline ed i campi». È una frase di L.B. Alberti di quasi sei secoli fa, ma assolutamente attuale e imprescindibile non solo per poter fare arte, ma anche scienza, così come allora, anche in questo tempo, per chi voglia fare politica, economia, finanza… Alberti chiedeva agli artisti una- una formazione a 360°, quella competenza e preparazione che dopo mezzo millennio non vediamo nelle classi dirigenti di questo Paese.
L’arte, la scienza e le società dovrebbero perciò appropriarsi ogni giorno, le une delle invenzioni delle altre per costruire nuovi linguaggi, nuove invenzioni, nuove poetiche della visione e dell’invisibile, per rappresentare critica-mente e costruire fantasticamente un reale che sappia dare risposte estetiche, etiche e lineari in un mondo spesso banale, immorale e asimmetrico.

BLACK LIGHT ART

Opere al nero

L’idea di esporre opere di Black Light nella Casa del Mantegna a Mantova nasce dall’invito di Vittorio Erlindo, curatore della Biennale di Light Art 2020 di Mantova, a collaborare all’edizione di quest’anno. La visita alla location, edificio monumentale di valore storico e artistico, abitazione, studio e scuola di Andrea Mantegna, mi ha affascinato per il suo disegno architettonico, caratterizzato da una pianta dal disegno geometrico perfetto: il cerchio del cortile è incluso nel quadrato del corpo di fabbrica con cui è collegato da un percorso circolare; le stanze si affacciano sul vano cilindrico del cortile, evidente riproposizione rinascimentale dell’atrium di una domus romana.

Per le sue caratteristiche, il piano terra mi è subito apparso come un luogo interessante e idoneo ad accogliere opere di Black Light (detta anche Luce di Wood o in italiano Luce nera). Già, ma che cos’è la Black Light? Detta anche luce di Wood, è una radiazione elettromagnetica concentrata prevalentemente nello spettro dei raggi ultra-violetti con componenti trascurabili in quello della luce visibile, che ha applicazioni non solo nel campo artistico, ma anche in quello scientifico e industriale. Il suo nome deriva da Robert Williams Wood, lo scienziato statunitense che ne iniziò lo studio. Con lunghezza d’onda attorno a 375nm, è una luce ultravioletta “molto vicina” allo spettro visibile; non è quindi percepita direttamente dal nostro occhio e si evidenzia quando incide su particolari pigmenti. In questo modo le opere, realizzate con vernici speciali, appositamente sviluppate e contenenti tali pigmenti, sembrano e-mergere dal buio con un effetto di notevole impatto emotivo.
La Black Light ha quindi la capacità di coinvolgere lo spettatore in un’esperienza sensoriale dove la realtà non appare con il solito aspetto, ma si veste di colori, di forme e di spazialità insolite e sorprendenti. Fra i primi ad accorgersi di questa potenzialità, era il 1949, fu il grande Lucio Fontana con il suo Ambiente spaziale a luce nera, realizzato per una mostra a Milano. Fra gli artisti che ne hanno raccolto l’eredità, ricordiamo Giovanni Colombo e il suo Spazio elastico degli anni ‘60.
Il mio rinnovato interesse nei confronti della Black Light come curatrice si deve all’incontro con Fabio Agrifoglio, figlio dell’artista Mario Agrifoglio e presidente della Fondazione intitolata al padre, che sin dagli anni ‘70 del secolo scorso ha sperimentato questo mezzo espressivo lasciando un corpus notevole di opere che costituiscono la base della Fondazione omonima.
A Fabio Agrifoglio si è poi unito Gaetano Corica, architetto e designer, esperto di questo settore dell’arte, con cui abbiamo formato un team di lavoro per approfondire il tema della Black Light, sviluppando una ricerca sugli artisti contemporanei che lavorano in questo settore, e studiando e progettando l’ambiente luminoso idoneo per esporre opere realizzate per questa luce. Da questa collaborazione sono nate mostre in luoghi prestigiosi in edifici contemporanei come Palazzo Lombardia a Milano, ma anche in ambienti storici come la Rocca Albornoz a Spoleto: tutti eventi che hanno fatto riscoprire al grande pubblico le opportunità artistiche offerte dalla luce nera, un tema ancora attuale.
L’esposizione per la Casa del Mantegna intende quindi far riscoprire ed esplorare le valenze artistiche della luce di Wood, proponendo opere di artisti che la sperimentano.
Nelle sale espositive le opere sono illuminate con faretti speciali che consentono di realizzare un ciclo dinamico di luce bianca, luce nera e buio che tra-sforma gli ambienti, mostrando le opere con colori, forme e spazialità diverse. Infatti, data la peculiarità del tema e delle opere esposte, ogni allestimento è preceduto da un’approfondita ricerca del materiale illuminotecnico idoneo per ogni specifica location al fine di creare ambienti oscurati con gradazioni diverse per rendere fruibili al meglio le opere.
Per questa edizione della Biennale Light Art di Mantova abbiamo proposto tredici artisti, ciascuno con il suo approccio peculiare alla luce nera, oltre a Mario Agrifoglio, unico artista scomparso e che è l’elemento unificante del concept della mostra.
Il percorso nella Casa del Mantegna inizia dall’ingresso dove l’artista milanese Nino Alfieri, accoglie il visitatore con Light Seeds – evanescenza pulsante e l’energia dei semi, opera multimediale in evoluzione tra scultura e installazione ambientale, realizzata in collaborazione con il compositore musicale Corrado Saija. L’artista si è ispirato a fossili, amigdale, puntali di aratro antichi e forme-matrice organiche, che qui assumono l’aspetto di semi primari di forma di misure variabili in terra cruda o terracotta: collocati a terra in una grande cornice tonda in legno, consentono al visitatore di avvicinarsi e percepire il variare della luce dell’installazione da più angolazioni.
La prima sala della mostra è dedicata a Mario Agrifoglio, artista che mise la Black Light al centro della sua ricerca sul colore e la sua percezione. Qui sono esposte cinque opere pittoriche su tela con tecnica mista (colori acrilici e luminescenti), datate dal 1976 al 1987, che esplorano il fenomeno del metamerismo cromatico. Al cambio dinamico di intensità e tipologia di luci, giocando sul passaggio luminoso mostrano uno studio di variazioni cromatiche differenziate su un tema geometrico costante.
Questo fenomeno, peraltro noto ed abbondantemente descritto, diventa particolarmente evocativo al cambio di luce naturale con la luce nera e assume caratteristiche inaspettate e capaci di scatenare, in chi osserva, profonde riflessioni sulla reale natura della percezione di forme e colori.
La sala successiva ospita Carlo Bernardini, artista che vive e lavora a Milano, noto per le installazioni in fibra ottica. Per la Black Light nella Casa del Mantegna propone Superfici virtuali con linee di luce ombra. L’opera è costituita da due condizioni visive autonome: la prima si manifesta in luce reale, la seconda al buio. Una stesura di fosforo determina la seconda condizione in assenza di luce, come un negativo dell’immagine precedente, mentre le lampade di Wood alimentano nell’oscurità la stesura fosforescente sottostante alle velature della superficie pittorica.
Composta da moduli quadrati, grazie alla sovrapposizione di tante velature ad acrilici in polvere diluiti, produce un effetto di liquefazione della materia, che vira lentamente al bianco. La centralità dell’immagine si pone come un particolare che potrebbe estendersi all’infinito, dove gli incroci delle linee bianche sfumate vanno a coniugarsi tra una superficie e l’altra in un gioco di rimandi geometrici, che al buio si trasformano in linee di luce o in linee d’ombra.
L’unica scultura presente tra le opere di Black Light è quella di Federica Marangoni, artista multimediale attiva a livello internazionale che vive e lavora a Venezia ed è stata pioniera negli anni ‘60/’70 della ricerca nei cosiddetti nuovi materiali, come le materie plastiche, il neon e il video. Qui espone On the Way, Bambina con cane, una scultura realizzata negli anni ‘70 in perspex reattivo alla luce di Wood, che pone lo spettatore al centro di relazioni spaziali emotive e complesse. L’opera appartiene a un ciclo di installazioni che vanno dal 1971 al 1976, quando l’artista lavorava molto sul tema dell’autoritratto e del corpo fatto solo da un contorno, svuotato e luminoso nell’ambiente stesso.
Al centro del percorso espositivo nella grande sala con accesso al cortile ed al giardino, in questo caso oscurati per esigenza di buio totale, si trova LeoNilde Carabba con l’installazione Work in Process Interstellare, con colonna sonora di Corrado Saija. L’opera, visivamente è composta da 22 tele, come le lettere dell’alfabeto ebraico, disposte seguendo le dinamiche dello spazio stesso. Il visitatore, al posto della sequenza di lettere, vede delle stelle esagonali dipinte con materiali fosforescenti e fluorescenti, visibili con luce diurna, con luce di Wood ed al buio totale e può osservarle iniziando il percorso sia da destra che da sinistra.
Tre artisti dialogano tra loro con un linguaggio minimalista nella penultima sala. I primi due sono Nicola Evangelisti e Sebastiano Romano, che sono tra gli artisti sempre presenti nelle esposizioni di Light Art e Black Light da me curate.
A questi si aggiunge Vincenzo Marsiglia, che presento per la prima volta in una mia esposizione.
Prima di entrare nella sala, il visitatore intravede l’opera Luce in scena di Sebastiano Romano. Nato come scenografo e costumista, l’artista dal 2006 ha iniziato a elaborare installazioni luminose dalla forte valenza scenografica negli spazi urbani e nei siti storici di varie città. L’opera qui proposta si presenta come un fondale scenografico, posizionato in modo che l’osservatore si trovi all’interno di un tunnel prospettico di archi teatrali, illuminati con luce di Wood che si snodano lungo un percorso apparentemente infinito. L’opera si ispira ad un lavoro scenografico creato per uno spettacolo teatrale nel 1995, che qui rivive una nuova dimensione spaziale, in cui la luce delinea prospetticamente la scena divenendo la protagonista, con suggestioni create dalla luce di Wood che ne svela un’altra dimensione visiva.
Nicola Evangelisti, giovane artista che vive e lavora a Bologna e attivo da anni nella Light Art anche con installazioni di grandi dimensioni e mostre a livello nazionale ed internazionale, ci accoglie con l’installazione pittorica New Quantum, opera site specific di Black Light appositamente pensata per la Biennale di Light Art di Mantova, formata da quattro moduli componibili ed inter-scambiabili tra loro in diversi modi, in cui scompare la linea di demarcazione tra pittura e scultura. Con questo lavoro l’artista Inaugura un nuovo ciclo e rende omaggio a Lucio Fontana, in particolare ai Quanta opere componibili ed installative. Vale la pena riportare il commento dello stesso Evangelisti «Il soggetto, l’iride umana, è dipinto con vernice fluorescente su tela nera montata su cartone. Al buio, il materiale fluorescente risponde alla luce ultravioletta creando un effetto di pittura luminosa tridimensionale.
Le venature dell’iride umana evocano le ramificazioni delle sinapsi; il nero della pupilla è assimilabile a un buco nero. L’esplosione primigenia del Big Bang che ha dato origine alla materia segna il suo completamento con un’implosione, in cui alla fine del tempo il tutto verrà riassorbito e trasportato in una dimensione parallela, per ora ignota e inconoscibile».
Vincenzo Marsiglia completa il percorso di questa sala con “Fold Screen Paper”. Questo artista ha iniziato a esporre a metà degli anni ‘90, partecipando a mostre presso gallerie, fiere e musei in Italia ed all’estero. Le sue opere hanno come leitmotiv una stella a quattro punte, diventata nel tempo il suo carattere distintivo, vero e proprio “logo” della sua arte che ritroviamo nell’installazione realizzata per questa esposizione.
L’opera è composta da sette moduli rettangolari (24×18 cm) in cartoncino ondulato, con diverse colorazioni. Ogni elemento è diverso dall’altro e genera una serie di geometrie all’interno dell’o-pera, che cambia fisionomia interagendo con il colore fluorescente. Si creano così due dinamiche che rendono l’opera fruibile in due modi.
Nell’ultima grande sala del percorso si trovano altre opere site specific di Black Light di quattro artisti, Cristiana Fioretti, Giulio De Mitri, Yari Miele e Sek (Claudio De Luca), che hanno partecipato alle altre mostre di Black Light da me curate.
Visibile dall’entrata, sulla parete di fondo è collocata Meduse di Maria Cristiana Fioretti. Artista multimediale, vive e lavora tra Milano e Mentone (Francia) ed è titolare della cattedra di Cromatologia all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano. Opera pittorica con colori acrilici e fluorescenti, è un dittico che si ispira ai luoghi marini cari all’artista, il mare Adriatico e la Costa azzurra. Un’opera che esprime il suo percorso artistico tra colore, spazio, natura, acqua nella Light Art e Black Light. Di carattere immersivo e contemplativo, in essa il colore blu e la luce sono inestricabilmente considerati e compresi: quando è illuminata da luce bianca si percepisce nella sua totalità, mentre con la luce ultravioletta mostra solo le parti dipinte con i colori fluorescenti.
Appena entrato nella sala, il visitatore incontra l’opera di Giulio De Mitri. Artista rigoroso e raffinato intellettuale, tra i protagonisti internazionali della Light Art, da quarant’anni è una pre-senza attiva e costante nel campo delle arti visive, tra didattica e impegno sociale, in diversificate attività ed esperienze culturali che delineano un preciso percorso filosofico e sensoriale. Per lo spazio di Casa del Mantegna e per il tema di questa Biennale Light Art di Mantova, ha realizzato Ogni anima è uno specchio vivente dell’universo (aforisma di G.W. Leibniz), e Sul Mediterraneo è stata concepita l’Europa (aforisma di P. Matvejević). Entrambe su lastra specchiata argento in polistirene e disegnate con vinile adesivo fluorescente, offrono un’esperienza immersiva e totalizzante. Sono opere-ambiente in cui spazio e tempo proiettano l’osservatore verso origini remote, poetiche e immaginifiche.
Sulla parete laterale, Sek (Claudio De Luca) presenta La Danza delle Arti, una grande tela di 200×300 cm realizzata con pittura fotosensibile che crea effetti diversi con la luce diurna e luce di Wood. Come spesso l’artista usa fare, l’opera è arricchita da dettagli come incisioni calcografiche e frammenti di legno di gondola, che sottolineano ed evidenziano il suo continuo dialogo con Venezia. L’artista commenta, riferendosi all’opera: «Il progetto del dipinto è un omaggio alla geometria segreta del Parnaso di Mantegna… I tre frammenti di gondola sono collocati nei punti nevralgici e richiamano il contatto col mondo veneziano del Bellini… con l’uso dei LED ultravioletti, al buio, il dipinto si trasforma in una luminosa energia interiore».
Sulla parete a fronte troviamo Einstein on the Switch di Massimo Hachen. Architetto, docente di basic design presso il Politecnico di Milano, ha tenuto semi-nari sulla Gestalt e la percezione visiva in Italia e all’estero. Come artista com-pone opere astratte applicando la sua esperienza nella psicologia della forma e dal 2016 sperimenta composizioni duali che utilizzano due differenti fonti luminose, ossia luce bianca e luce ultra-violetta.
Anche questa opera site-specific per la Biennale di Light Art di Mantova, è un polittico in quattro quadri che si autoillumina con due tipi di illuminazione interna, una dal basso a luce bianca e una dall’alto a luce di Wood. Le composizioni contenute nei quadri sono strutture a rilevo in cartone vegetale: quando sono illuminate dalla luce bianca appaiono tutte uguali e geometricamente regolari; con la Black Light l’osservatore noterà che all’interno di ogni quadro sono visibili le ombre di coppie di numeri, nella fattispecie 1-5, 2-6, 3-7, 4-8. L’accensione dei quattro quadri è temporizzata e segue il ritmo dettato dal brano musicale Knee Play 5, tratto dall’opera Einstein on the Beach del 1976 del compositore minimalista Philip Glass.
A chiudere il percorso espositivo, Energy Flow di Yari Miele, giovane artista lombardo, dal 2013 co-direttore dello spazio MARS (Milan Artist Run Space). Il suo è un lavoro di pittura con colori luminescenti, che generano visioni luminose che appaiono dal buio con la luce di Wood, e ricostruiscono venature marmoree, scariche elettriche, venature del corpo umano, come in un flusso energetico altrimenti non visibile con la luce naturale.
E un grazie alla Black Light che ci fa scoprire aspetti nascosti della realtà e a tutti gli artisti che hanno collaborato con il loro lavoro alla riuscita della Biennale Light Art 2020, al suo curatore Vittorio Erlindo che ha invitato me, Fabio Agrifoglio e Gaetano Corica a collaborare a questo progetto culturale.

La luce che colora il buio

Per comprendere gli aspetti più profondi di un fenomeno, è necessario indagarne le origini. La prima esperienza di valore artistico universalmente riconosciuta nell’ambito della cosiddetta arte a luce nera ci riporta all’anno 1949, presso la Galleria del Naviglio di Milano. Qui Lucio Fontana espone il suo Ambiente spaziale a luce nera, una installazione che rientra nelle sperimentazioni legate allo Spazialismo e definisce l’esigenza di superare il limite delle due dimensioni per aprirsi ad un nuovo concetto spaziale. Sebbene si tratti di una scultura sospesa, il carattere dell’opera viene preventivamente chiarito dal titolo che l’artista sceglie: ambiente spaziale.

La luce è materia plasmabile che invade lo spazio ed evade qualunque limite le si imponga, sia esso una cornice, una porzione di spazio o un vincolo dimensionale. Nel passaggio di scala dall’oggetto all’ambiente, avviene congiuntamente una trasformazione del visitatore, che da osservatore esterno diviene soggetto immerso nell’opera. Una prima chiave di lettura di questa esperienza è di conseguenza il fatto che il pubblico non incontrerà una sequenza di opere, ma si troverà immerso in un ambiente disegnato dalla luce. Si tratta di una condizione comune a tutte le esposizioni di Light Art, ma che nel caso della luce nera si arricchisce di un ulteriore fattore di complessità: l’opera assume il duplice carattere di oggetto illuminato e di sorgente luminosa, dal momento che i pigmenti fluorescenti e fosforescenti utilizzati incamerano l’energia degli apparecchi per restituirla mediante radiazioni luminose. Il risultato è una trama di luce che, complice la trascurabile componente visibile della radiazione ultravioletta, cela al visitatore le sorgenti luminose per consegnarlo ad una dimensione onirica. I racconti degli artisti di Black Light Art e le memorie di coloro che hanno avuto il privilegio di condividere con essi il momento dell’atto creativo, ci restituiscono un’immagine sdoppiata del loro processo: un lavoro diurno per la stesura delle vernici tradizionali, uno notturno (a luce nera) per la stesura dei pigmenti fluorescenti. In effetti queste opere presentano due volti distinti (tre, nel caso in cui ai fluorescenti vengano aggiunti additivi fosforescenti), che possono variare tra loro per soggetto, cromie, forme, equilibri e linee di forza, generando automaticamente ordini diversi di significato. Molti di questi artisti erano soliti esibire le opere adottando degli stratagemmi affinché potessero essere illuminate alternativamente da due diversi apparecchi, uno a luce bianca ed uno a luce nera. Ma l’ambizione mai celata, come confermano le soluzioni installative adottate nel tempo, è stata quella di rendere partecipe il visitatore della fase di trasformazione dell’opera da uno stadio all’altro. Uno dei tentativi più significativi di attuare questo processo può essere rintracciato nella Spirale di Nino Alfieri, un’elettro-scultura in ferro, vetro soffiato e neon del 1997, programmata per emettere diverse sequenze luminose capaci di interagire con i pigmenti fotosensibili dei dipinti. Sebbene si tratti di un’opera con una sua autonomia espressiva, essa pone all’attenzione la necessità tecnica di una luce dinamica ed anticipa la recentissima tecnologia che permette di combinare in un unico faretto led la luce RGB con quella ultravioletta. L’uso di tali apparecchi al-l’interno di questa esposizione permette di celebrare il dinamismo come carattere fondante di questo processo artistico perché arricchisce l’ambiente spaziale precedentemente descritto con una quarta dimensione: quella del tempo. La scansione temporale è regolata dal ritmo continuativo dei cicli di luce (luce bianca, luce nera, buio) e rivoluziona la fruizione dell’opera, che da immagine statica diviene immagine in movimento. La relazione tra patrimonio artistico consolidato e tecnologia contemporanea è il connubio alla base di questo progetto, che opera nel pieno rispetto filologico dell’indirizzo impresso a questo processo artistico fin dai suoi esordi. Il risultato è una esperienza di totale immersione sensoriale, nella quale l’elegante disegno delle sale di Casa Mantegna viene dilatato e trasformato dalla centralità dinamica della luce, che accompagna il visitatore in una contemplazione capace di accendere lo stupore rarefatto dello stato onirico. Si tratta del primo livello di lettura della mostra, quello a cui si accede semplicemente abbandonandosi alla condizione meditativa della penombra.
Da qui il percorso espositivo si offre al pubblico alternando sale monografiche ad altre tematiche che tracciano un excursus storico della Black Light Art che prende il via dai padri della corrente Mario Agrifoglio e LeoNilde Carabba. Il primo affonda le radici della sua ricerca negli studi dei grandi maestri della Bauhaus, con l’intento di estendere la validità della teoria del colore alla condizione di luce nera. Le sue opere sono caratterizzate, sin dalla fine degli anni ‘60, da un rigore geometrico che gli permette una profonda sperimentazione cromatico-formale sulla base della teoria del Compensazionismo, da egli stesso enunciata. La seconda, formatasi in un clima di scambio con alcun tra i maggiori artisti della seconda metà del Novecento (Fontana, Baj, Munari, Christo, Manzoni, Accardi), abbandona la Optical Art per indagare la Black Light Art, maturando nel tempo uno straordinario controllo sulle tecniche ed i materiali luminescenti. Le sue opere esprimono la forza ancestrale di temi esoterici e cabalistici, arrivando a definire, per la ricchezza di livelli e significati, una vera e propria cosmogonia. Accanto ad essi vi sono artisti di fama internazionale che nel corso del Novecento hanno sperimentato l’uso della luce nera quali Federica Marangoni, autrice nei primi anni ‘70 di una serie di sagome antropomorfe che pongono l’attenzione sulla complessità delle relazioni umane e sul rapporto dell’uomo con lo spazio, e Carlo Bernardini, artista colto che negli anni ‘90 realizza opere di grandi dimensioni che indagano, mediante relazioni geometriche modulari, i rapporti tra luce ed ombra.
L’elenco degli artisti presenti in mostra si estende ad importanti autori contemporanei che si sono avvicinati alla Black Light Art negli ultimi decenni, offrendo una molteplicità di approcci e livelli di lettura. Dallo studio delle forme irregolari legate alla geometria frattale e alla teoria del caos portato avanti con grande sensibilità estetico-formale da Nicola Evangelisti, alla dimensione primordiale delle figure archetipiche che aleggiano nel tempo ciclico e immobile di Nino Alfieri; dallo studio di Massimo Hachen sugli elementi percettivi e semantici che costituiscono un’immagine sulla base della teoria gestaltica, all’alte-razione formale e ritmica di un elemento operata in chiave minimalista e astratta da Vincenzo Marsiglia; dal ready-made di reperti dalla forte carica identitaria che popolano la stratificazione concettuale di Claudio Sek De Luca, alla passione e maestria con cui Yari Miele ricostruisce le sedimentazioni secolari presenti nelle textures marmo-ree; dall’elegante rappresentazione del-la messa in scena di un concetto spaziale elaborata da Sebastiano Romano alla profonda sensibilità poetica con la quale Maria Cristiana Fioretti umanizza il tema del colore, sino all’aura spirituale della luce di Giulio De Mitri, che in questa mostra spinge il visitatore a misurarsi con alcuni temi fondanti della contemporaneità. La complessità e la varietà dei soggetti trattati, congiuntamente alla diversificazione di tecnica e rappresentazione, permettono di intuire quanto variegata possa essere stata la sfera di azione di questa corrente artistica e quali possano essere le difficoltà di restituirne alla Storia un racconto ordinato ed al pubblico una visione d’insieme.
Sono dunque orgoglioso che questo progetto espositivo venga offerto alla città di Mantova nella prestigiosa cornice di Casa Mantegna. Sono grato a Gisella Gellini e Fabio Agrifoglio, i due preziosi compagni di viaggio lungo questi anni di studio e di lavoro sulla Black Light Art. Ringrazio il Curatore della Biennale Vittorio Erlindo e tutti coloro che hanno collaborato per la realizzazione di questa importante rassegna. Un grazie particolare agli artisti per la disponibilità e la professionalità dimostrata ed al pubblico che deciderà, in un momento difficile come quello che stiamo vivendo, di prendere parte e dare valore a questa esperienza.

SPONSOR

BIENNALE LIGHT ART
CASA DEL MANTEGNA
26.09.2020 – 07.10.2021

CURATORE GENERALE
Vittorio Erlindo

CURATORI BLACK LIGHT
Gisella Gellini, Gaetano Corica
CURATORE LIGHT ART
Vittorio Erlindo

SEGRETERIA ORGANIZZATIVA
Angelo Panerari

UFFICIO COMUNICAZIONE
Maria Chiara Salvanelli, Valentina Bosi

CREDITI FOTOGRAFICI
Paolo Bernini, Paolo Compagni,
Gaetano Corica, Giuliana Cunéaz,
Elia Festa, Giorgio Pizzagalli, Gianni Vaccaro,
Elisabetta Pirozzi

RINGRAZIAMENTI
Franco Amadei
Maurizio Lionetti
Simone Baratti
Mario Beschi
Mario Contili
Salvatore Grillo
Giuliana Guerreschi
Fabiana Mancinelli
Ferruccio Pecchioni
Massimo Pirotti
Roberta Sironi
Aldo Vincenzi
CEPIA