La natura e la potenza dei viventi stanno nella loro intrinseca capacità di trasformarsi addirittura nello stesso momento della creazione e ancor più nella fase della loro formazione ed evoluzione. Questa è la ragione perché la natura e  la potenza dei viventi si battono per la propria libertà di vivere nel modo in cui hanno deciso di farlo, e questa è anche la ragione perchè noi crediamo che nulla possa essere perfettamente uguale ad altro e che la stessa storia non possa ripetersi, ma tuttalpiù ripresentarsi in modi diversi. L’idea dell’infinito che sorprese gli stessi matematici, arriva sino a noi ed è in noi. La guerra in Ucraina si sta ripresentando a noi in forme non molto diverse dall’ultima guerra mondiale, ma diversissima da quella perché questa potrebbe essere anche l’ultima.
Affascinato dalla storia delle evoluzioni l’artista Nino Alfieri ha ideato per la Biennale di quest’anno un’installazione di diversi elementi dalle linee essenziali per evocare il “Big Bang” e il crearsi della vita iniziata nelle acque del nostro pianeta 540 milioni di anni fa, epoca in cui si confermò il salto evolutivo fondamentale di alcune forme viventi che, a differenza di altre a corpo molle, come amebe e spugne, si opponevano al trascinamento delle correnti per trovare da sole il posto migliore in cui vivere ed evolversi.
La corrente appunto, avverso la quale la vita resiste e si autodetermina.

La direzionalità è stata molto importante per innescare la vita di organismi complessi sulla terra. Quando compaiono i primi esseri che avevano una struttura ricca di simmetrie e direzioni è divenuta possibile l’evoluzione di esseri viventi dotati di locomozione attiva complessa che ritroviamo oggi nei modi di funzionare del nostro cervello.1

Come esseri materiali ed entità immateriali abbiamo connaturate tutte le caratteristiche fisiche ed eteree dell’Universo. Nel catalogo 2020 scrivevo: Il macro e il micro quindi sembrano farci arrivare alle stesse conclusioni, e cioè che a questo universo noi assomigliamo quanto lui sembra assomigliare alla nostra natura. Noi siamo parte di quella stessa materia di cui è fatto l’universo che nel corso di secoli abbiamo in parte riconosciuto, interpretato, indagato e dominato. La Terra specchiandosi nella potenza dell’Universo ne fa propria la violenza, la strabiliante bellezza e la pace che il paesaggio e la natura sono capaci di donarci ogni giorno. Nella Biennale di quest’anno ci sono altre opere che mi permettono di poter parlare contemporaneamente di arte e del sacro blasfemo contenuto nella geopolitica del presente.
Tra queste, due mappe luminose di Donatella Schilirò dedicate al cielo e al suo specchiarsi sulla Terra. L’inizio della storia umana non comincia sul nulla e nel nulla. Inizia, secondo le antiche scritture, dopo la rottura del patto dell’uomo con Dio, e prosegue, indipendentemente dalle sacre scritture, in un confronto duro di questi con la terra e le acque, per procedere poi nel tentativo di sfruttare i ritmi e i frutti della natura per salvare se stesso, la propria famiglia e il gruppo di simili, dalla fame e dalla morte.
E quando l’uomo ha dovuto o voluto muoversi nel mondo per migliorare la propria vita e quella dei suoi simili, per avere le coordinate della sua posizione nel mondo, la terra e il mare non solo non erano più sufficienti ma erano anche confondenti, e così ha dovuto guardare senza indugio alle stelle, al firmamento, a quel tempo molto più acceso e luminoso per l’assenza completa di luci sulla Terra.
Dal cielo vengono l’idea delle stagioni, e poi, delle semine e dei raccolti. Dal cielo il principio del tempo e delle distanze.
Il ripetersi delle stagioni è forse stato il primo campanello che dovette offrire spunti sulla sfericità della terra anche fra i contadini, che non avendo però i necessari strumenti culturali, non hanno mai avuto il coraggio di dirlo e di argomentarlo.
Dalle immagini delle distese piane delle acque e della terra, viene dunque il pensiero che il mondo fosse una tavola piatta sulla quale poter camminare all’infinito e spingersi lontano per conoscerla. Per centinaia di migliaia di anni, l’idea che il mondo non potesse che essere piatto era un’intuizione non solo realistica ma anche di difficile confutazione. Ed è così che il cielo, a cui l’uomo non ha mai smesso di guardare, per secoli, viene inteso anch’esso come spazio piatto in tutto simile alla tavola terrestre. I primi a capire che la Terra non fosse una tavola piatta, furono i pitagorici che non solo intuirono la sfericità del pianeta ma anche la curvatura del cielo: un involucro straordinario che ricopre la Terra di molteplici coperte (dall’atmosfera all’esosfera) e che la segnano e la disegnano attraverso i miliardi di punti fissi del firmamento.
La crittografia del firmamento, che nei secoli passati aveva  dato luogo all’astrologia e ai  segni zodiacali, a partire dal secolo scorso si è ricostituita e ricostruita scientificamente coi satelliti artificiali attraverso una maglia precisa capace di definire e orientarci nello spazio, negli oceani, nei deserti, per dirci, laddove manchino punti di riferimento esatti del nostro viaggio, in quale punto siamo. Oggi non c’è posizione sulla terra che non possa essere definita in modo preciso dalla navigazione satellitare.
La costellazione satellitare ovvero il Sistema di Posizionamento Globale (GPS), formato da 24 satelliti artificiali distribuiti equamente su sei piani orbitali, è un sistema che può indicarci con un errore massimo di due o tre metri dove gli uomini e le cose siano in ogni momento. Cosicché, alla domanda dove ognuno di noi, ogni aereo civile, ogni cargo marittimo, ogni aereo militare o carro armato, si trovino in dato momento, possiamo affermare con una certa precisione che la risposta sta in Cielo, e aggiungere, senza tema di smentite che senza cielo non ci sarebbe nemmeno la Terra che conosciamo, o pensiamo di conoscere. Sia il paesaggio reale, che quello irreale, senza il cielo non esisterebbero, e mancherebbero del tutto all’uomo sia l’orizzonte visivo che quello spirituale.
Quando gli antichi sapienti asserivano che per conoscere  la Terra si dovesse guardare il Cielo, quella loro intuizione si è fatta strada nel contemporaneo, soprattutto attraverso le ricerche degli apparati militari e la distribuzione globale delle merci. Quasi nessuna ricerca scientifica oggi è prodotta al di fuori dell’interesse economico e militare. Le coperte calde e fredde che il Cielo ancora offre, come mirabili doni per una vita radiosa alla sposa Terra, sono state quasi del tutto dimenticate dagli uomini.
Gli Stati, che hanno smesso di occuparsi della natura e dell’ambiente dei loro territori, guardano per lo più al Cielo ormai come luogo di conquista o come spazio dal quale il potere attua il proprio controllo su di noi, non solo per il dove siamo, ma addirittura su cosa pensiamo politicamente, e di cosa merceologicamente apprezziamo.
I sondaggi e le indagini di mercato sono l’aperta e scoperta manifestazione del capitalismo e del militarismo nel voler decidere il nostro destino. Vorrebbero, attraverso le merci, anticiparci un pezzettino di quel Paradiso perduto dall’uomo per il piacere e il desiderio di conoscenza.
Non è più l’uomo che guarda il cielo per conoscere meglio il territorio in cui abita, come scrivevano i sapienti antichi, ma è dal Cielo che il vero potere ci guarda e ci controlla. Walter Benjamin, forse uno dei massimi filosofi del Novecento, passa dalla banale e ascientifica crittografia delle stelle, promossa e veicolata dall’astrologia, peraltro insegnata nelle università fino a tutto l’Ottocento e purtroppo ancora presente nelle televisioni e sulle riviste patinate, ad un ben più potente e pertinente scavo filosofico e politico, di come  cioè l’industria e la finanza stava preparando la propria autorità  sul mondo attraverso una diversa crittografia, quella delle merci appunto.
Ben consapevole che il viaggio dell’uomo nel mondo è sempre stato alimentato da una domanda e offerta di saperi e di merci, Benjamin intuì con una precisione chirurgica che il destino stesso dell’uomo era indissolubilmente legato alle merci e che le stesse potessero quindi fornire indistintamente quel piacere che l’abbandono del Paradiso aveva reciso.
Il suo contributo al dibattito sul capitalismo, sulla sua natura e sul suo destino, è oggi ritenuto da tutti fondamentale, così come lo  è stato quello di P.P. Pasolini nella definizione del momento preciso in cui in Italia e in Europa è avvenuta la trasformazione dell’uomo, da cosciente e sapiente costruttore, coltivatore e allevatore, a semplice e banale consumatore.
Per Benjamin e Pasolini, le merci sono la moneta con cui il capitalismo ha costruito il proprio destino e contemporaneamente quello dell’uomo, il quale, nel perdere l’anima ne ha persi addirittura i lineamenti che da sempre avevano caratterizzato l’evoluzione umana in una infinita varietà di profili.
Con la crittografia delle merci e la pericolosa avidità delle strutture di potere, si deve aggiungere infatti anche il furto dei profili umani, oggi paradossalmente e globalmente ridotti e modificati dalle immagini pubblicitarie e dalle merci stesse attraverso i suoi prodotti di bellezza.
In un breve spazio di tempo vengono a mancare quei visi che Pasolini cercava per i suoi film tra il sottoproletariato romano e che poi lo costringeranno a cercarli nei paesi sottosviluppati.
Le stelle del cielo, così come le lucciole, ormai appartengono alla letteratura e alla poesia. Sono state sostituite dai satelliti che  ci scrutano dall’alto a decine di kilometri e ci educano a distanza al piacere delle merci attraverso i social e la pubblicità. Persino i carri armati replicati più volte in TV dimostrano una loro capacità attrattiva e narrativa sul pubblico televisivo.
I filosofi arcaici, antecedenti a Platone e alla nascita della filosofia, guardavano al cielo come ad uno spazio straordinario per la sua magnificenza e bellezza, ricco di informazioni per la terra. Quella lezione è stata semplicemente perduta e travisata. Il cielo è diventato un terreno di conquista ed oggi serve ai produttori di merci, ai dittatori e alle intelligence degli Stati, non solo per proteggere le loro informazioni, la loro sicurezza e la riservatezza delle loro attività, ma anche per imbastire guerre, sottrarre territori, compiere azioni di rappresaglia contro popoli inermi, e brutalizzare con gli eserciti lo stesso diritto internazionale consuetudinario su territori di Stati liberi e democratici.
Dai primi modelli cartografici occidentali che avevano avviata la prima domesticazione del mondo, all’ascesa di una geopolitica affamata di potere, è passato poco tempo. In un breve spazio di tempo, questa macabra pseudoscienza che oggi ha messo nel cielo le sue radici, sta insanguinato il mondo, e nella sola Europa in poco più di trent’anni, dal 1915 al 1945, ha fatto più di 80 milioni di morti. Attualmente sono ancora attive 59 guerre. Conficcate nella carne dei poveri stanno lasciando sul terreno solo morti, distruzioni e macerie.
È questa la geopolitica contemporanea. Una politica geografica che non riconosce il diritto costituito, che si fa beffe del diritto internazionale, che pratica la conquista di Stati o porzioni di Stati attraverso il ricorso della forza armata come nel caso dell’attuale guerra in Ucraina.
Gran parte delle guerre in atto hanno origini religiose, altre etnico-religiose, altre ancora sono mosse dalla conquista di mercati, o anche dalla sola brama del possesso di territori che hanno posizioni geografiche strategiche o ricche di materiali preziosi nel sottosuolo. Come afferma Franco Farinelli, studioso della storia del paesaggio e del territorio, se è vero che abbiamo accettato le mappe come abbiamo accettato la credenza che nell’ostia fosse contenuto il sangue di Cristo, il territorio ci obbliga a fare i conti col sacro.
La guerra della Russia in Ucraina è un concentrato di tutto questo ed è il prodotto dell’arroganza, dell’avidità e della presunzione di potenza di un dittatore che sarebbe pronto persino alla terza ed ultima guerra mondiale pur di salvare il proprio potere e quella sua tristissima faccia priva d’empatia, ma che sa comunque di non potersi salvare di fronte al giudizio della storia.
I dittatori e i militari, sono abituati a vedere le cose del mondo dall’alto, dal cielo.
Vedono le carceri, gli oppositori, i morti e le tombe dei loro antagonisti come piccole increspature della terra sopra un deserto livellato, dove i vivi, sono granelli a loro disposizione per essere gettati al vento.
È ancora il cielo quindi che dispone della terra, sia in termini economici, militari o religiosi. Sì, perché la guerra in Ucraina è anche una guerra per il potere religioso.
La parola di Francesco si affievolisce e impallidisce di fronte al patto incestuoso di Putin e Kirill fra trono e altare.
Ma non durerà secoli e nemmeno decenni. Abbiamo visto la fine della grande Russia e la fine dell’Unione sovietica. Vedremo anche la fine di questi ladri di Stato e falsi interpreti della parola di Dio.
Perchè nonostante si possa dire che la merce siamo noi, tanto è dentro le nostre vite, sono ancora le nostre vite, abbarbicate e aggrappate a speroni di roccia e non ancora ottenebrate dall’odio e dalle convenienze, che ci fanno tuttora lottare per la sopravvivenza del genere umano.

«Fare la guerra è una felicità per i malvagi, ma per i buoni una necessità… È ingiusta, però, la guerra fatta contro popoli inoffensivi, per desiderio di nuocere, per sete di potere, per ingrandire un impero, per ottenere ricchezze e acquistare gloria: in questi casi la guerra va considerata un brigantaggio in grande stile»².
Chi non riesce ancora a capacitarsi della resistenza del popolo ucraino non ha mai letto Friedrich Nietzsche:

Amici, fratelli, se non avete la capacità di diventare dei nuovi santi dediti alla conoscenza, siatene almeno i suoi guerrieri, coloro che combattono ogni uniformità. Entrate in guerra a difesa del vostro pensiero. “Non vi consiglio il lavoro, ma la lotta. Non vi consiglio la pace, ma la vittoria. Il vostro lavoro sia una lotta, la vostra pace una vittoria!” Io vi comando il pensiero più alto³.

Cosi parlò Zarathustra.
La stessa storiografia, dopo questa guerra e indipendentemente da come vada a finire, dovrà rivedere i parametri di rappresentazione dell’eroe. L’eroe solitario è improvvisamente scomparso  dalle cronache. L’eroe unico e compassionevole, modello della storiografia passata si è fatto popolo, eroe collettivo di una nazione che crede nella forza dei tanti per vincere un esercito più forte. Sono in molti a pensare che se uno ha potere non ha bisogno di sapere. Ma oggi si è dimostrato il contrario. I russi non avevano compreso e immaginato la forza degli oppressi e invasi.
La canzone Bella ciao è tradotta e cantata in tutte le lingue del mondo perché raccoglie nel dolore il canto internazionale degli oppressi. Putin non si aspettava una reazione così forte e coesa capace di opporsi alla propria forza e spero che debba rispondere presto dei suoi misfatti di fronte ai tribunali degli uomini, Kirill dovrà invece presentarsi all’alto tribunale di Dio e non gli serviranno le giustificazioni per il suo appoggio dato per questa guerra! Non vorrei essere nei suoi panni.
Non è cosa di Dio, la guerra, la guerra è strumento per affinare e implementare il potere dei despoti.
Quando un religioso non è mai assorto, ma guarda preoccupato a ciò che gli accade intorno, egli non potrà mai essere nella grazia di Dio. Non pensa a Dio, ma solo ed esclusivamente al proprio scranno e al proprio potere personale. Quegli occhi sono di una persona che non si fida di alcuno, di un uomo che sa di dover brandire una croce per impaurire i russi e far paura ai preti ortodossi che non la pensano come lui. Nei suoi occhi mancano completamente la luce, l’empatia, la dolcezza che sono in Francesco. Il suo sguardo bieco, ammonitorio e preoccupato, sostenuto esclusivamente da simulacri e oggetti che affermano solo il suo potere di Patriarca, sono una evidente rappresentazione che gli manca del tutto quello spirituale. Brandisce il crocefisso come una spada per impressionare e impaurire i fedeli.
La scellerata tesi di questo cupo Patriarca è che:

“le manifestazioni gay e Lgbt vogliono imporre il peccato come una delle variazioni del comportamento umano, quando invece è condannato dalla legge di Dio. Ciò che sta accadendo in Ucraina e nel mondo occidentale non ha solo un significato politico, teorico e spirituale ma un significato fisico e metafisico”.

Questa rappresentazione palese della sua incomprensione del mondo contemporaneo, rende dubbia addirittura una sua qualche religiosità. Forse, non sa nemmeno il significato di ciò che afferma, ma di una cosa è certo: per sopravvivere come patriarca, l’altare deve cedere il passo al trono e il potere spirituale deve piegarsi a quello temporale. Qualunque parola per un uomo così, è sprecata voglio perciò rispondere al Patriarca con le parole di Benjamin:

“Solo gli idealisti sprovveduti possono credere che il piacere dei sensi, di qualsiasi natura esso sia, possa determinare il concetto teologico del peccato. Alla base della vera lussuria non c’è altro che questa sottrazione del piacere nel corso della vita con Dio, il cui legame con essa risiede nel nome.”4

Che cosa può fare l’arte e la cultura con degli uomini così? Dostoevskij, nell’Idiota, fa dire al principe Miskin una frase che ha avuto poi una fortuna letteraria straordinaria e cioè: La bellezza salverà il mondo. È stato, è, o sarà vero questo? Diversamente da Dostoevskij penso che la bellezza non potrà salvare il mondo, ma credo però che la bellezza possa aiutare il mondo a salvarsi. Dissi queste parole ormai un anno fa alla presentazione di una esposizione in Sicilia, oggi ancora più attuali dopo il dispiegarsi di questa guerra, che è tanto più crudele non tanto e non solo per le distruzioni che sta causando, quanto per il fatto che per la prima volta nella storia, in questo tragico teatro bellico, fatta eccezione di un manipolo di mercenari ceceni e siriani e dei pochissimi soldati di professione, a morire sono tutti civili. Sono morti civili infatti anche quelle migliaia di ragazzi russi di 18 anni che non avevano ancora finita la scuola e che sono stati sbattuti in guerra come carne da macello da Putin, così come le migliaia di ucraini che hanno dovuto lasciare le fabbriche, gli uffici e soprattutto le famiglie, e prendere in mano un fucile per salvare la libertà e la dignità del loro Paese. Oltre a questi, anche evidentemente tutti i vecchi e bambini massacrati e le donne violentate. Se fosse ancora al mondo don Milani dovrebbe dire che fatta eccezione dei mercenari e i militari di carriera, a morire nelle guerre sono oramai solo i civili. Come può quindi la bellezza salvare il mondo? C’è un quadro di Klee, scrive Walter Benjamin nelle sue  “Tesi di filosofia della storia”, che s’intitola Angelus Novus.
Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine  e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta che spira dal paradiso, si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.5
Ernst Paul Klee è costretto a significare con la sua opera, e Benjamin con la sua interpretazione, l’irriducibilità della rovina e del precipizio del mondo. L’arte e la filosofia avevano uno sguardo lungo sulla società, molto di più e molto meglio di quanto avessero o sapessero interpretare i politici e gli analisti militari. Sapevano entrambi che non c’erano ragioni per la devastazione del mondo e per le persecuzioni che entrambi avevano dovuto subire sulla loro pelle. L’artista tedesco che nacque a Münchenbuchsee nell’altipiano svizzero di Berna e che visse e  si diplomò in conservatorio di Stoccarda e poi in pittura a Monaco, scrive “L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”. Il suo angelo, che rendeva visibile ciò che gli altri non volevano o non erano capaci di vedere, non è bello come gli angeli della tradizione cristiana. È imperfetto, spigoloso, quasi irridente della società e della condizione umana. Come lo vide, Benjamin lo acquistò. Gli angeli di Klee in generale ci parlano della superiorità del divenire sull’essere, dello sgraziato sull’angelico, e ci parlano soprattutto della grazia, dell’innocenza, della purezza dei bambini ed anche dei veri artisti, rispetto al sentore di falso che si sprigiona dai ragionamenti degli adulti.
Entrambi, Benjamin e Klee furono perseguitati dai nazisti per la sola colpa di essere ebrei. Klee fu accusato di essere l’ esponente di “un’arte degenerata”. Benjamin, marxista e amico di Bertold Brecht fu costretto a fuggire e si suicidò a Portbou per la paura di essere catturato dai nazisti. Era quella filosofia e quell’arte che anticipò al mondo la barbarie degli anni seguenti. Morirono entrambi nel 1940, dieci mesi dopo l’inizio della seconda guerra mondiale.
La Biennale di quest’anno apre i battenti sui cardini di una guerra scellerata che irrompe dentro la nostra esposizione e nelle coscienze di tutto il mondo, anche se una parte degli Stati del mondo sono tuttora incapaci, per calcoli economici e di potere dettati dalla geopolitica del contemporaneo, di dire ad un pazzo, demente  e scriteriato, di fermarsi, di fermare questa guerra assurda e irragionevole e di aprire il cuore alla pace.
È da tempo che scrivo sulla necessità di abolire la guerra, di bandirla dal lessico umano, di disinnescare tutte le bombe e di utilizzare l’uranio per scopi pacifici, di usare i cingoli dei carri armati per arare la terra, di costruire impianti che utilizzino il vento e il sole, forze potenti del cielo capaci di aiutare l’uomo a vivere meglio e salvare l’ambiente. Ritornerebbe così e ancora il cielo, ma in una visione pacifica e senza pericoli per la salute umana.
Le nuove generazioni debbono riprendere in mano la battaglia  per l’ambiente partendo appunto dall’abolizione di ogni guerra e dalla rigenerazione di ogni mezzo bellico e di ogni bomba per un nuovo progresso civile dell’umanità. Non è tollerabile, non è nemmeno pensabile, se non da un pazzo, sconvolgere interi territori e mutilarli dei vecchi, delle donne e dei bambini. Io non riesco a trattenere il dolore, e devo dire che sono furioso in generale per quanto sta accadendo ma soprattutto per la deportazione di migliaia di bambini ucraini in Russia, senza madri e parenti che possano raccogliere  le loro lacrime e confortarli. Tra Putin e Hitler si fa fatica a capire il peggiore.
Da tempo scrivo che il passato non serve a nulla. Le sue lezioni sono dimenticate quando non addirittura rovesciate dai detrattori e dagli assassini della memoria. Il futuro non esiste perché non è altro che una reiterazione del presente.
Non ci resta quindi che il presente e questo presente dobbiamo saperlo interpretare e riconoscerlo. Ma per chi ha memoria c’è il dovere di non mai dimenticare i 6 milioni di ebrei deportati e poi assassinati da Hitler e i 54 milioni di morti nella sola seconda guerra mondiale.
C’è un’altra parola che dovrebbe essere cancellata dal nostro  lessico e dalla vita reale e questa parola è: deportazione. Perché la deportazione non è solo privazione del diritto di un uomo di abitare storicamente in un determinato territorio di questo pianeta, ma  è anche la consacrazione della privazione della sua libertà.
La geopolitica è nata quando le grandi potenze hanno frainteso il rapporto tra mappa e territorio.
È più facile disegnare su di un foglio l’allargamento della mappa politica e geografica di uno Stato che conquistarne i territori. E questo perché nei territori vi abitano le persone con la loro cultura e i loro beni. Le nazioni non sono mappe geografiche, sono un complesso di intrecci e di relazioni insopprimibili se non attraverso invasioni, dominazioni e guerre.
Ci dovremo impegnare per limitare quanto più possibile la fuga di milioni di poveri da territori martoriati dalla siccità e quindi dalla fame e dalla sete. Un’altra deportazione forzata e una più tragica definizione e interpretazione della parola fuga in questo tempo.
Per questo credo che la battaglia per l’ambiente non è solo una via per salvare milione di uomini ma anche per dire basta alle guerre. Dovremo nei prossimi anni o decenni far fronte a catastrofi ambientali ben più grandi della piccola e stupida guerra di Putin!
Che cosa possiamo salvare di questo mondo? Quasi nulla se volessimo fare della terra un pianeta felice.
Se ci fosse un ulteriore un altro Angelo di Klee e un nuovo filosofo come Benjamin ci porterebbero a ragionare di come sarebbe arrivata la fine del mondo.
Non essendoci più né l’uno né l’altro, per sapere come sarebbe avvenuta la fine del mondo, l’Argonauta dell’Universo chiese all’Angelo della Storia.
“Fu semplice disse l’Angelo: in tutti i cieli della terra, apparve un grande schermo sul quale, per qualche minuto, tutti ebbero la possibilità di rivedere le loro vite: i politici videro per quanto tempo avessero ingannato i loro elettori; gli economisti si accorsero dell’esistenza degli ultimi; i militaristi, i terroristi, i mafiosi, i tiranni rividero i corpi delle loro carneficine; i capi delle multinazionali videro i bambini cucire gli abiti, le scarpe, i palloni di cuoio, che non avrebbero potuto mai acquistare; i preti si vergognarono degli abusi e degli stupri sui minori, i padri quelli sui figli; i giornalisti rilessero ciò che non ebbero il coraggio di pubblicare; gli uomini furono costretti a rivedere le violenze sulle mogli e le fidanzate; i ladri, rividero i furti che avevano compiuto ai danni degli onesti e degli indifesi; i banchieri, poterono vedere i mutui negati agli artigiani, ai poveri, agli onesti; i giudici ebbero il tempo di rileggere tutte le sentenze ingiuste e di vergognarsi.
Ma fu per poco, perché la fine, che sembrava loro tanto lontana e inimmaginabile, di lì a poco accadde.
Nella voragine, per primi caddero i potenti, i violenti, i prepotenti, i mafiosi, i dittatori, poi fu la volta anche degli onesti, perché se il mondo crolla nessuno si può salvare, nemmeno i buoni e i pazienti, perché ad essi era stato chiesto di ribellarsi alle ingiustizie e non ebbero il coraggio di farlo.
Così disse l’Angelo della Storia.6
Non si salvarono i pacifisti di maniera, i giornalisti da intrattenimento. Non si salvarono nemmeno i sindacalisti di professione, men che meno i professionisti della politica, i fiscalisti da paradisi fiscali, i collezionisti, i presenzialisti … . Si salvarono solo i bambini, e fra i tanti, anche quelli che questa guerra ha deportati. Furono salvati dall’Angelo della Storia consapevole che loro non avevano alcuna colpa della rovina del mondo.
È questa la guerra! Un’assenza totale di amore di empatia per l’altro, un odio che si insinua dentro le scie delle bombe che segnano il cielo. E noi siamo nel bel mezzo di queste rovine.
So che l’arte si fa piccola di fronte alla guerra, ma si difende, e soprattutto sostiene e incoraggia chi prova a resistere ad una invasione crudele e devastante capace di uccidere e distruggere tutto ciò che gli si para di fronte perchè questa è la guerra!
Una guerra che non fa dormire i bambini nei loro letti, che interrompe le cure degli ammalati negli ospedali, che impedisce alle donne di partorire, ai contadini di seminare, ai vecchi di riposare. e che non deve far dormire nemmeno l’Arte.
Bisognerebbe fare dell’Ucraina una grande tela su cui raccontare con immagini, fotografie e dipinti ciò che è stato e ciò che sarà. Bisognerebbe creare un’opera gigante con una scritta luminosa “NO ALLA GUERRA!”.
Eppoi altre scritte giganti sui muri di 3 grattaceli colpiti, con PACE! AMORE! LIBERTA’!.
Una tela su cui sono sicuro verrebbero concentrate tutte le bombe degli arsenali russi così da toglierle dagli edifici civili, ospedali, centrali elettriche, acquedotti, ferrovie, aeroporti, teatri, luoghi dove si conservano i BENI COMUNI di una qualunque società.
Vorrei, con un’opera di land art, riuscire a far leggere dai piloti degli aerei tre scritte: BASTA BOMBE; PACE, LIBERTA’. Tre scritte su 100 ettari di campagna ucraina. Visibili dal cielo. È possibile farlo: basterebbero 10 trattori che trascinassero dieci grandi erpici sul terreno.
Il territorio, grande e sconosciuto, nella storia umana è sempre stato un luogo incerto capace di creare paure e apprensioni, ma può diventare lo spazio sul quale costruire azioni innocue e potenti da far ricredere chi bombarda dal cielo e dai carri armati. Scritte indistruttibili perché scritte sul terreno.
Ho solo speranza nelle nuove generazioni e in un loro anelito di libertà e di passione per il bello e il buono, convinto che ne siano umanamente attraversate.
A Palazzo Ducale di Mantova c’è una bellissima opera del Pisanello dal titolo: Torneo-battaglia di Louvezerp. La battaglia è vicina all’epilogo coi corpi dei cadaveri rappresentati trafitti e scomposti. Dal 1440 non è cambiato nulla, la rappresentazione è identica alla guerre d’oggi ivi compresa quella dell’Ucraina. Oggi si aggiungono solo le distruzioni delle abitazioni, degli ospedali, delle ferrovie, dei teatri.
E che questa sia una guerra anche religiosa è data dal fatto che le bombe salvano le chiese dalle distruzioni. L’intorno è tutto distrutto ma la chiesa si erge integra e intatta. C’è da chiedersi cosa ne penserebbe Dio. Il primato delle religioni non sono le chiese ma l’uomo. Che senso ha distruggere gli uomini e salvare le chiese? Cristo darebbe loro un calcio e le disintegrerebbe. Nessuno può massacrare l’uomo nel nome di Dio. Diversi artisti di questa Biennale hanno portato opere che parlano della guerra e della necessità di contrastarla sempre.
Altri la combattono con la ricerca puntuale e silenziosa. E sono tutti, in questa Biennale, contro la guerra. Opporsi ad essa è un dovere, com’è un dovere stare dalle parte dell’aggredito e aiutarlo a liberarsi dal cappio dell’invasore. Nicola Evangelisti all’interno e nel giardino della Casa del Mantegna ha portato il Tempio della Luce, che aspira coi suoi tre rosoni ad una pacificazione almeno delle tre religioni monoteiste, mai stanche di farsi guerra.
Spero che questa Biennale sia un’opportunità per i giovani. Vorrei fosse un abbraccio agli ucraini che stanno difendendo il proprio paese, e per quei giovani russi mandati al macello da Putin, oltre che per quei 14.000 giovani di Mosca e San Pietroburgo incarcerati per aver solo osato protestare contro la guerra. Per questi ultimi l’occidente deve fare tutto il possibile per salvarli dalle atroci prigioni di Putin. Salvarli, significa salvare il diritto, l’umanità e la speranza di noi tutti.

 

Note
1. Concept Nino Alfieri.
2. Sant’Agostino, De civitate dei (IV , 6).
3. Friedrich Nietzsche, Zarathustra.
4. Benjamin, La crittografia della merce.
5. Benjamin, Tesi di filosofia della storia.
6. V. Erlindo, scritti sparsi.

Design di pace nel segno della luce

di Jacqueline Cerasoli

Quali sono le responsabilità della Light Art in questo momento storico oscurato da venti di guerra nell’epoca globale, ancora intrappolato nella morsa di una pandemia resiliente?
Infinite e variabili, poiché tutto dipende dal contesto, luogo, relazioni di scambio, obiettivi e metafore.
La Biennale di Light Art di Mantova a cura di Vittorio Erlindo, quest’anno potremmo dire che è già entrata nella storia, nasce nel segno della responsabilità di rendere visibile, con un segno luminoso il dissenso contro tutte le guerre; è una scelta necessaria dato il contesto che stiamo vivendo.

Inizialmente l’esposizione collettiva doveva approfondire i rapporti  tra Arte e Design, le continue innovazioni nel settore della  scienza illuminotecnica con un taglio non storicistico, bensì critico e innovativo, poi il 24 febbraio l’invasione della Russia in Ucraina, ha cambiato i nostri destini e modificato scenari globali, intenti, metodologia, attitudini e anche le opere degli artisti in mostra assumono altri significati più complessi, valori e messaggi.
La luce nella convergenza tra Arte e Design trova nella tecnologia opportunità di nuovi linguaggi per dare forma a sculture, installazioni, ambienti e oggetti che agiscono sui nostri sensi, in questa Biennale è diventata materia della speranza di pace in sé: una insegna contro la mattanza dell’abitudine alle guerre. E in questo drammatico presente, la luce, simbolo di vita per eccellenza dall’alba dei tempi, nell’arte di ieri e di oggi, accende presagi di pace. La Light Art non cambia il mondo, ma il modo di percepirlo e immaginarlo, le opere in mostra ci illuminano sulla necessità di riconquistare la ragione.

La creazione artistica può liberare dalle lacrime e la mostra ci avvicina alle altre persone, insieme nella luce si cerca uno spiraglio di vita.
La Light Art nella sua valenza pervasiva e di racconto di uno spazio “altro”, foriera di molteplici prospettive, attraverso materiali luminosi inscena a Casa del Mantegna percorsi di speranza di pace dal piano terra, al primo piano, nel Cortile interno e nel giardino, dove si chiude il percorso espositivo.
In questo contesto straordinario, al piano terra sono raccolte opere di Piero Pirelli, Marinella Pirelli, Nino Alfieri, Mario Di Leo, Davide Maria Coltro, Paolo Cavinato, Davide dall’Osso, Marco Brianza, Nicola Evangelisti, e al primo piano Carlo Bernardini, Elisabetta Marelli-Alberto Negri, Claudio Sek de Luca, Donatella Schilirò, Massimo Hachen, Giulio De Mitri, Vincenzo Marsiglia, Gianpiero Grossi, Max Marra, Elia Festa. Le opere, insieme, mappano un viatico di conoscenza e percezione dentro e fuori l’architettura, di un qualcosa di nuovo oltre il buio, che prima o poi comparirà anche se non sappiamo quando. Oltre alle opere nuove,quest’anno si aggiungono per la prima volta la performance Circe e Amore, di Marilena Vita e Dimas de Melo Pimenta, inscenata nel cortile centrale della Casa del Mantegna, una cornice ideale per azioni che sembrano dare copro all’invocazione e speranza collettiva di pace.

Nel giardino, trasuda di sacralità la suggestiva installazione d’impatto scenografico Tempio della Luce di Nicola Evangelisti, già presentato a Taormina, ma in questo tempo e spazio diventa un monumento di un Futuro in pace, dove idealmente si condivide la preghiera di una ricostruzione delle città ucraine devastate dalla guerra prima possibile.

Nella sala conferenze saranno visibili e disponbili per il pubblico: Il docufilm della Biennale 2022, due video sulla vita artistica di Marinella Pirelli, la Performance Circe.Amore e guerra. di Marilena Vita, realizzata proprio per questa Biennale e Una preghiera per l’Ucraina a cura di Paolo Bernini ed Elisabetta Pirozzi con la partecipazione delle donne ucraine fuggite dal loro Paese per la guerra.

A prescindere dall’indiscutibile valore estetico e concettuale di ogni singola opera, tutte diverse, tese a un design luminoso, oltre ai materiali utilizzati gli artisti noti in Italia e all’estero, in questa Biennale l’obiettivo è una sottesa e invisibile opera collettiva, che rappresenta idealmente e corrisponde a una necessità di creare una “insegna” di speranza a chi in questo momento non ha più nemmeno la forza d’immaginare un futuro. E gli artisti tra ribellione e rinascita, ciascuno a suo modo con la luce, per sua natura fluida, duttile e malleabile, insieme danno forma a una pluralità di emergenze, paure e sogni di fattori soggettivi e collettivi, uniformandosi nell’invocazione universale di Pace.
La Light Art avvalora la teoria di Maurice Merleau–Ponty che individua nel corpo il medium primario attraverso cui si forma la nostra conoscenza del mondo. E, come è noto, il mondo è l’ambiente naturale di tutti i nostri sensi, pensieri e delle nostre percezioni esplicite.
La luce valorizza il fatto che non esiste alcuna distinzione tra “noi” e il “mondo”: siamo il mondo come lo percepiamo.

A Mantova, culla del Rinascimento, passeggiando nella Casa del Mantegna, attraverso opere e azioni luminose condividiamo un mondo di auspicata armonia, dove non esiste un unico punto di vista da cui osservare ogni singola opera, il rapporto tra oggetto e spazio si genera di intrecci, fatti reali dentro e fuori di noi e da questa architettura.
Là fuori tutto è caos, rumore, frastuono, confusione, distruzione, catastrofe e violenza, annichiliti prima dall’Islam, dal terrorismo, poi dall’invasione dei migranti, da due anni dal Covid e ora dall’invasione dell’Ucraina, abbiamo perso le ragioni di un futuro luminoso. Travolti da una successione di drammi che sul piano emozionale ormai ci lasciano inermi, troviamo un senso di pace dentro la Casa del Mantegna.

Noi osservatori attraversando le sale nella semioscurità, ovattati da muri spessi di una architettura, opera d’arte di per sé che racconta chi siamo stati, dove rimbomba l’eco assordante del silenzio di opere che ci invitano a riflette sulla stupidità dell’essere umano. Siamo vittime e carnefici del nostro destino, eredi di Caino.

È Biennale all’insegna di una visone “politica” ma non ideologica, nel senso di polis, in cui gli artisti si interrogano, e noi con loro su emergenze del nostro complesso presente.
E allora, quale speranza? Quale ricostruzione? E, ancora, che forma diamo al futuro, persi come siamo nel buio del nostro cinismo, assuefazione alla violenza, fagocitati da scenari di guerra ormai quotidiani? Ci salvano dall’orrore dell’indifferenza, il cancro dell’umanità, gli artisti visionari, coraggiosi con opere luminose che al di là della forma, dovrebbero ricondurci al lume della ragione, capaci di fendere con disegni luminosi sorprendenti, opere che combinano forma estetica e contenuto etico, foriere di poetiche survisioni di un mondo mai nato, non come riscrittura del mondo, bensì di superamento di questo oscuro sonno della ragione in cui non ci riconosciamo e fatichiamo a comprendere scelte e usanze e mancanze.

Così, attraversando le sale dal cortile al giardino, stanza dopo stanza, assaliti da tumulti di dubbi irrisolti, abituati alla violenza quotidiana, restiamo in attesa di un faro, un bagliore, come una rivelazione di una Via che vada oltre le barbarie in corso.
L’opera di e con la luce è un’impresa ragionevole, lascarsi sconfiggere dalla follia della guerra è innaturale.

Gli artisti prefigurano forme illuminanti che ci interrogano sulla perduta armonia, calma e bellezza, blasfema in questo tempo barbaro. Come ricorda Italo Calvino «Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’Inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio»; è il fine della luce.

Questa Biennale tesa nel trovare un design possibile coniuga unità di intenti e diversità delle opere, nella speranza di una riforma di pace, edifica un architettura effimera di luce, attraverso soluzioni formali dalla potenza evocativa universalmente condivisibili, tracciando una via in cui la ragione è l’essenza, rappresentata dalla luce, di una costruzione di una umanità che coltiva la vita e non la morte per immaginare l’avvenire.

Ritrovare la luce della propria identità

di Matteo Galbiati

Il dovere di una manifestazione che si definisce “Biennale” è quello – o sarebbe quello – di offrire uno spazio temporale sufficientemente lungo per permettere di monitorare, osservare, rileggere, ritrovare e aggiornare la propria visione sui linguaggi e sulle ricerche che gli artisti conducono. Il compito è quello di rinnovare e rinnovarsi sull’attualità delle posizioni, sul portato delle opere nel loro mutare e sullo sviluppo che ne consegue. Invece, anche più blasonate e storicizzate manifestazioni di questo tipo, incappano nel vizio del sensazionalismo, della retorica del già visto, dell’assecondare le richieste viziose del sistema abbandonando la necessità della

sperimentazione, la verifica dei contenuti e l’indagine sul presente.

Abdicano al proprio ruolo, e assecondano vizi che dovrebbero osteggiare. Allora è così che l’estetismo prevarica l’estetica, la moda sopravanza la poetica, l’economia spiccia fagocita la visione culturale. La conferma nel tempio e del tempo è un fattore determinante e necessario per qualificare quell’apporto che giustifica l’attesa e legittima la pausa di un’esposizione ampia e diversificata come una Biennale. Queste facoltà concedono, infatti, la possibilità del cambiamento e la riserva dell’evoluzione che amplifica e non deteriora le poetiche; anzi,  le ritrova e le rilegge, ne accosta di nuove e le mette in dialogo tornando ad essere, così, vero momento di condivisa sperimentazione e suscitando un interesse attento e sempre più consapevole anche per chi, da visitatore, l’osserva.

La Biennale Light Art, in questo senso, si riconferma avendo chiara la consapevolezza del proprio compito e di aver assunto un ruolo determinante nel promuoversi come occasione di lettura dell’oggi, nel voler rendere stabile il principio di essere osservatorio di quanto accade e, edizione dopo edizione, sa comunque mutare pelle, cambiare forma, sa restare diversamente se stessa. Ritrova artisti e ne innesta di nuovi perché è importante, fondamentale, generare dialogo, favorire e stimolare lo sguardo nel ripensare ex novo ad alcune presenze già viste, mentre è affascinante comprendere come altre mai guardate siano opportunamente coerenti con quanto conosciuto, con quanto è allineato, nella diversità dell’esperienza, a posizioni di cui sono esatta conferma.

La tenacia di Vittorio Erlindo nel sostenere questa manifestazione si legge nella sua determinata dichiarazione di intenti che vede questa progettualità calarsi nel presente e nel tempo dell’oggi e, in questa edizione in modo particolare, di non restare nemmeno indifferente alle dinamiche della storia che, pensando di disattendere il suo ripetersi, invece, drammaticamente ce lo ripropone. Erlindo e Jacqueline Ceresoli, grande esperta e raffinata studiosa di Ligh Art, hanno rivisto alcuni elementi che l’oggi ha reso più urgenti: sospendendo la parte legata al design e dando spazio alla performance, aiutano a riflettere in modo più diretto su quanto accade attorno a noi, rivendicando come l’arte possa (e debba essere) anche militante, senza compromessi, senza esitazioni, senza convenienze.

Questa Biennale è condizionata dalla mostruosità di una guerra insensata (se mai ce ne sia stata una che senno e ragioni ha avuto) il cui unico valore è nell’averci fatto comprendere quanto il bene che diamo per scontato, quello della nostra libertà, non sia così certo e inalienabile, intoccabile e definitivo. Gli interventi in questa monografia sono diventati più militanti e orientati proprio perché la situazione lo richiede. Le stesse opere, il cui valore essenziale è la libertà fluida ed effimera dell’elemento luminoso, invitano a ritrovare la luce delle nostre identità s-perdute.

La luce irrompe nei lavori come presenza reale e tangibile, come mezzo di relazione e come osservatorio sul mondo, per questo è importante nelle ricerche di questi artisti operare con uno strumento che è essenza stessa della vita.
La luce è il principio originario e originante, è il punto di avvio  del nostro esistere e della nostra presenza nell’universo. È l’elemento che dà consapevolezza di essere, vivere, comprendere, scoprire, sapere: diamo luce, mettiamo luce, facciamo luce. Questo definisce già un ambito di militanza attiva per tutti quegli artisti che, trovati o ritrovati in questa edizione, mutuano con i loro lavori un dialogo visivo intenso con il nostro sguardo senza mai cedere all’artificio della menzogna. Chi opera nell’ambito della Light Art non lo fa per caso, e non si improvvisa, la necessità di una specifica conoscenza tecnica, essenziale e non scontata, non può essere esito di un’occasionalità di pronunciamento: l’artista che vuole e ha bisogno della luce la cerca, la medita, la insegue, la determina con volontà, restituendola poi con una nuova validità significante.

Come osservato nelle edizioni precedenti, questa correlazione con la tecnica permette anche di vedere come veloce e repentina sia anche l’evoluzione delle possibilità che la tecnologia consente: dalla lampadina ad incandescenza alle fibre ottiche, dal neon ai led, i mezzi per “fare” luce storicamente mutano di continuo, dando agli artisti la possibilità di sviluppare diversamente i propri progetti, di rendere più efficace il proprio pronunciamento perché è più efficiente e duttile la sorgente luminosa che è cuore della loro essenza. Le opere, così, creano atmosfere sempre più avvolgenti, sempre più estese e se la luce è ipso facto ambientale, oggi queste hanno modo di estendersi nelle spazio modificandolo, alterandolo, dandogli identità nuova e avvolgendo lo spettatore in modo più potente. Riescono ad assumere forme, sviluppi, dilatazioni impensabili fino a poco tempo fa. La luce movimenta e sottrae al dover essere solamente elemento per rompere il buio e farci vedere: è gradiente vivo e mutevole, dinamico e produttivo. È un concetto astratto restando elemento fisico, è inafferrabile pur essendo tangibile. La sua determinante indeterminatezza, la sua logica illogicità e la variazione dei suoi spettri (non esiste un solo tipo di luce!) rendono ampie le narrazioni/visioni agite dagli artisti producendosi in un’esperienza motivante perché non lascia indifferenti, perché non ci si sottrae al suo fascino e, più semplicemente, perché la luce si capisce, sempre e comunque. È il vettore primario del senso e della sensibilità, è la chiave di accesso che rende più fruibili anche le opere più concettuali. Il suo solo apparire scioglie le riserve della comprensione. E ci arriva con tutta l’energia del suo portato simbolico, linguistico, estetico e, anche, etico.

Il dovere della chiarezza è, in questo senso, anche uno stimolo favorevole a mantenere attivo il dovere della scomodità stessa dell’opera e della sua presenza attiva nel mondo: il pronunciarsi invasivo e invadente la rende, in questa misura, militante, le dà potere e facoltà di non subire l’indifferenza e la censura.

Nel suo piccolo Biennale Light Art non si piega all’estetizzazione rafferma dei concetti dell’opera d’arte, ma ne promuove, accendendola, l’identità di essere parte del proprio tempo e risposta alle sue istanze. Le opere ci arrivano come testimonianza proattiva di verità che nessuno può spegnere. Erlindo e Ceresoli ci aiutano, raggruppando tutti questi artisti, a ridare luce alle coscienza, perché sia chiaro quanto il buio della ragione è la fine della nostra identità umana.

BIENNALE LIGHT ART
CASA DEL MANTEGNA
27.05 – 28.08.2022

CURATORE GENERALE
Vittorio Erlindo

ORGANIZZAZIONE MOSTRA
Bassi Beatrice
Angelo Panerari

UFFICIO COMUNICAZIONE
Beatrice Bassi

CREDITI FOTOGRAFICI
Paolo Bernini Studio Nife
Elisabetta Pirozzi
Claudio Compagni
Barbara Silvestri

RINGRAZIAMENTI
Franco Amadei
Romano Frignani
Antonella Mantovani
Maurizio Lionetti