BIENNALE LIGHT ART

COMPLESSO MUSEALE
PALAZZO DUCALE

CAVALLERIZZA
DELLA CORTE NUOVA

24.06 – 18.09.2016

E quando il sole cade, la città si accende.
Installazioni di luce di artisti contemporanei

di Vittorio Erlindo

L’arte spunta improvvisa,
s’aggrappa alle ferite dei muri
salendo,
e come zolfo
graffiato,
d’incanto s’accende
per illuminare i cuori vaganti
nelle notti senza luna.
R. Mutt

A Nikola Tesla, con Albert Einstein il più grande scienziato tra Ottocento e Novecento, le cui immaginazioni e folgorazioni hanno permesso di illuminare il mondo – mentre il mondo degli affari, della finanza, della politica e della stampa ha fatto di tutto per denigrarlo e impedirgli di creare energia pulita e gratuita per tutto il pianeta.

Non c’è cosa che riesca a insinuarsi nella vita degli uomini, e a modificare i destini del mondo, quanto le scoperte della scienza. Tra queste, le invenzioni legate all’energia elettrica occupano, tra Otto e Novecento, un posto di assoluto rilievo. La corrente elettrica alternata inventata da Nikola Tesla è la principale protagonista dell’accelerazione del progresso civile, sociale ed economico del pianeta.
La luce elettrica – tuttora un sogno per le molte comunità che ne sono ancora prive – appare oggi come una condizione normale della vita degli uomini: una conquista che trionfa ogni giorno nelle case, negli uffici, negli ospedali, nelle scuole, nelle piazze e nelle strade delle città. Impalpabile, discreta, indispensabile. Ce ne accorgiamo solo quando manca: eppure, lo stupore e l’incanto di questa scoperta dovette far sgranare gli occhi a milioni di persone. Complice la notte, la luce elettrica ci ha permesso di vedere le architetture, le piazze, i parchi, le strade, gli oggetti e noi stessi in maniera nuova e diversa. Arthur Wilkie, nel 1893, ne preconizza il riconoscimento universale: “nell’elettricità noi abbiamo tutte le forme di energia che ci abbisognano: forza motrice, luce, calore, ecc., sotto la forma più comoda e più intensa … che non mancherà di venire dovunque riconosciuta, non appena le difficoltà che ancora si frappongono ad una economica produzione della corrente elettrica verranno superate”. Era il sogno di Tesla, il quale aveva a modello Archimede. Il mondo precedente alla luce elettrica era molto diverso, rispetto al mondo che ne è seguito; e non sto parlando solo del progresso civile che ne è scaturito, ma soprattutto del nuovo sguardo che la luce artificiale ha saputo generare, suscitando nuove emozioni nell’osservatore. Come se la luce elettrica avesse ampliato e moltiplicato in maniera esponenziale il mondo sensibile. A partire dal primo quarto del Novecento, alcuni artisti – incuriositi dalle nuove invenzioni e dai prodotti messi in commercio dall’industria – cominciano a dare una particolare importanza alla luce elettrica e a studiare il modo di attribuirle una nuova identità, manipolandola fino a farla diventare essa stessa ‘materia’ per nuove opere, installazioni e sculture. Senza le invenzioni scientifiche, le avanguardie artistiche d’inizio Novecento sarebbero nate molto più tardi. Per converso – anche se può sembrare un paradosso – si può ritenere che l’avanzamento veloce delle società e delle ricerche sulla luce sia corso di pari passo con gli studi e gli esiti dell’Impressionismo, e con l’incedere potente in Europa dell’Art Nouveau: un movimento che, per esprimersi al meglio, ha bisogno di nuovi approdi luminosi e che in Italia trova una propria e specifica declinazione. L’arte sembra sbaragliare definitivamente gli accademismi disseminati nel vecchio continente, allorquando, con l’impressionismo francese, si misura con i processi e le acquisizioni scientifiche sulla luce, facendo sì che la ricerca della luce in pittura, trovasse a partire dagli anni trenta del Novecento il suo vero esito nella luce elettrica che si fa arte. Capisco che si tratta di un’affermazione forte, ma nella storia umana non c’è mai stato avanzamento della cultura senza i progressi della scienza, così come mai vi è stato avanzamento della scienza senza gli sviluppi, i perfezionamenti ma anche le cesure e i troncamenti della filosofia, della psicologia, dell’estetica… Nel primo manifesto dello Spazialismo, firmato a Milano nel maggio del 1947, Lucio Fontana afferma: “Ci rifiutiamo di pensare che l’arte e la scienza siano sfere distinte e quindi che le imprese realizzate nell’una non possano anche appartenere anche all’altra. Gli artisti anticipano le imprese scientifiche, le imprese scientifiche provocano sempre delle imprese artistiche”. Entrambe – scienza e arte – vivono infatti dello e nello stesso humus culturale; entrambe percorrono la strada della ricerca e della creatività. Ciò che accade in Europa tra Ottocento e Novecento (nella cultura artistica con l’Impressionismo francese, nella cultura biologico-naturalistica con Darwin, in quella filosofica con Hegel, Marx e Weber, con la nascita della psicologia di Freud) deve aver influenzato anche gli scienziati più scettici e puri. Non dobbiamo ad esempio dimenticare che il neon nasce dalle prove di Heinrich Geissler (1855), un soffiatore tedesco – artista del vetro – che ottenne i primi bagliori per luminescenza dall’incendio di un gas a bassa pressione immesso nel tubo di vetro: il confine tra arte e scienza è dunque più incerto di quanto pensiamo. Vero è che senza la scoperta del gas neon da parte di Ramsey e Travers (1898), senza l’intuizione di Georges Claude che accende il tubo con una scarica elettrica (1910) e senza il contributo di chimici e fisici per estrarre grandi quantità di gas neon dall’aria (1/65000 parti), mai sarebbe stata possibile la diffusione del nuovo mezzo in Europa, e quindi nel resto del mondo. Nel giro di pochi anni, si trasforma la visione notturna delle città (la notte è madre di quel successo!): strade e piazze prendono vita grazie alle nuove insegne luminose di motel, bar e ristoranti. Il neon delle insegne è una manifestazione del mutamento dell’impiego dell’elettricità che avviene in quegli anni: da illuminazione di ambienti ad accattivante segnaletica pubblicitaria, che sostituisce velocemente la tradizionale cartellonistica. La scienza ha sempre cercato la comprensione degli elementi profondi e insondati della materia; al contempo, l’arte ha trovato il modo di dispiegarli nella bellezza. Ma questa è la storia di ogni scoperta, che ha bisogno di altre scoperte e di altri attori per portare a compimento le invenzioni e destinarle all’umanità. La scienza è chiamata a risolvere i problemi tecnici, l’arte a dare risposte ai diversi quesiti filosofici posti dalle immagini, dalla loro costruzione e più in generale dalla loro visione e percezione. Le raffinate domande della cultura, tuttavia, oggi come ieri, impongono alla scienza più sofisticati percorsi e, all’arte, nuovi interpelli.

Dalla scienza elettrica alla light art
Tra la seconda e la terza decade del Novecento, i rapporti tra arte e luce iniziano a delinearsi non solo attraverso oggetti d’arte e di artigianato che utilizzano la luce, ma per mezzo di opere pensate e costruite intorno ai fenomeni luminosi: si comincia così a studiare e a verificare le reazioni percettive ed emotive dell’osservatore.
Moholy-Nagy, maestro indiscusso del Bauhaus, costruisce nel 1930 la prima scultura cinetica, con la quale prova a frammentare i fasci luminosi prodotti dall’accensione delle lampadine. Nell’immediato dopoguerra, Gjon Mili e Pablo Picasso sperimentano le prime scie luminose nello spazio (1949), delineando segni e disegni creati per mezzo di una torcia e immortalati dalla macchina fotografica. L’invenzione è figlia di alcune immagini di una pattinatrice che Gjon mostra a Picasso. All’artista spagnolo basta poco per capire che quelle stesse immagini possono essere realizzate direttamente con una torcia: comincia così
a disegnare nel buio forme, fiori, minotauri… Per la prima volta, il disegno trova nella luce la materia per venire rappresentato. E nella macchina fotografica il mezzo per essere immortalato. Nello stesso anno, Lucio Fontana utilizza le lampade di Wood per produrre la luce nera, ed è tutto un susseguirsi di incontri e sperimentazioni tra arte e scienza illuminotecnica. Da Dan Flavin a James Turrell, è un incessante succedersi di ricerche sulla luce nell’arte. Sono studi che hanno, come obiettivo, quello di dare una prospettiva diversa ai corpi illuminati: più spaziale, temporale, emozionale. Le sperimentazioni sulla luce coinvolgono artisti di ogni continente, ma è soprattutto in Europa che si hanno gli esiti più interessanti: come nel caso di Gianni Colombo che nel 1966 – con il suo spazio elastico illuminato dalla luce di Wood – dà per primo l’idea di come lo spazio che ci circonda (esattamente come aveva teorizzato e previsto Einstein) si muova e sia curvo. Proprio a partire dagli anni settanta, diversi sono gli artisti italiani che fanno, della luce, la tela per realizzare le proprie opere. Uno di questi è Piero Fogliati, che nel 1986 presenta alla Biennale di Venezia l’Edicola delle apparizioni, un’opera completamente immateriale, fatta di sola e pura luce. A ruota ecco Marco Lodola, Massimo Uberti, Carlo Bernardini, Fabrizio Corneli, Romano Baratta, Nino Alfieri, Jaime Morganti…
A distanza perciò di 50 anni, la luce sta sempre più assumendo una propria dimensione e una propria cifra artistica; la sua sempre più facile duttilità sta delineando una disciplina specifica nel settore delle arti visive.

Il loggiato della Cavallerizza e le installazioni luminose
La mostra di Mantova intende rappresentare una piccola parte della nutrita schiera di artisti che si occupano quasi esclusivamente di luce. A quel percorso di ricerca individuale e collettiva si ispira la scelta di sculture e installazioni luminose, pensate e immaginate per le arcate della Cavallerizza. L’esposizione rappresenta un omaggio a Mantova notturna, un regalo che il Complesso Museale di Palazzo Ducale offre alla città, ai turisti, agli automobilisti che transitano sul lungolago; una sorta di restituzione del trasporto emotivo e dell’ammirazione che Mantova suscita in Italia e nel mondo. Il 2015 è stato dichiarato anno internazionale della luce. A dicembre, cominciando a pensare una mostra in Palazzo Ducale per Mantova Capitale Italiana della Cultura, non ho potuto fare a meno di pensare a un’esposizione in cui la luce, insieme alla notte, fosse protagonista: una mostra non all’interno di una struttura codificata per l’arte contemporanea, ma completamente giocata in esterno, con tutto ciò che questo comporta dal punto di vista tecnico, organizzativo e logistico. Ho cercato dunque artisti e opere che potessero fornire un ventaglio abbastanza completo della ricerca artistica sulla luce, in grado al tempo stesso di confrontarsi liberamente con le nove arcate del loggiato. Ecco dunque la vetrata di Romano Boccadoro, che rimanda ai vetri piombati delle cattedrali gotiche. La scultura luminosa di Marco Lodola: una figura femminile in due pezzi, inscritta nel buco di una serratura, che rimanda a molteplici letture e, come la sirena Partenope, con le sue forme e le sue luminosità sembra farsi interprete della modernità. La silhouette luminosa di una colonna dipinta, con cui Giovanna Fra rende omaggio a Giulio Romano. Eppoi l’opera di Adriano Abbado che, su un plexiglas inciso al laser, riporta frammenti informali dell’intonaco della Cavallerizza, mentre Marco La Rosa, con il suo Passepartout, continua nella ricerca artistica del neon, chiarendo che l’arte è essa stessa una chiave di lettura privilegiata del mondo. Non sono da meno le opere in porcellana di Sara Dario, distinte dalla delicatezza delle immagini che le istoriano; le tre Duende di Davide Dall’Osso, sempre pronte a danzare nel vento che arriva dal lago; l’installazione di Melograno Blu, dedicata al fuoco, le cui fiamme cambiano di colore e intensità nelle opache sfere di vetro che salgono a soffitto; la frattale composizione di esagoni di Nicola Evangelisti, richiamo all’Arcangelo Metatron che, ispiratore di perfezione e spirito celeste, si relaziona al fiore e all’essenza della vita. Sul prato della Cavallerizza, la splendida installazione di settanta sculture di Davide Dall’Osso e Fabrizio Visconti rimanda all’esodo di milioni di uomini verso un futuro incerto e insondabile: camminando insieme, ormai senza stato e spesso senza una meta, cercano una strada e un destino sui crinali dei confini degli Stati. Vi sono infine le immagini di Stephen Orlando, fotografo canadese che continua l’opera avviata da Gjon Mili: i suoi “ologrammi lacustri”, visibili a bordo della motonave Andes 2000, sono un aperto tributo ai laghi di Mantova.
L’irripetibile scenografia è dunque espressione di tante anime e sensibilità artistiche, tutte caratterizzate da un forte legame con l’ambiente e l’architettura che le ospita; la luce che attraversa e illumina tutte le opere è, con la notte, parte fondamentale dell’intera rassegna. Ma volevo anche una mostra che fosse pretesto
per andare a dormire un’ora più tardi, con l’arte e la bellezza ancora negli occhi: la luce ha questa forza, il potere evocativo di ricreare altre città dalle visioni insolite, come le città invisibili di Italo Calvino. I fari e la notte hanno questa potenza, hanno la forza e l’energia per allargare l’orizzonte delle città, accrescendole di suggestioni nuove, con immagini fantastiche e oniriche che la luce del giorno purtroppo dissolve. L’arte illuminata di notte non è la stessa vista di giorno. È altro, e a far la differenza non sono unicamente l’oscurità, il buio e le stelle, ma anche e soprattutto l’illuminazione artificiale, capace di creare ombre e luci con modalità e risultati che il giorno non riesce a raccontare: squarci di città notturne, che esplodono intense fredde o conturbanti come nelle fotografie di Olivo Barbieri.
Non volevo solo una mostra di light art: intendevo realizzare un impianto scenico che valorizzasse il Loggiato della Cavallerizza nel suo rapporto col lungolago, senza biglietto d’ingresso, senza portoni che si chiudono la sera, con un rapporto con l’arte che comincia e finisce nello sguardo di chi osserva e nel cuore di chi sogna. È questa una mostra da passeggio e di passaggio: per pedoni, ciclisti, motociclisti, automobilisti, e per nottambuli, in una dimensione quasi neofuturista. Una mostra da guardare cogliendo l’attimo, senza la necessità di fermarsi più di tanto: un’occhiata e via, per poi magari ritornare a osservare – meglio, più a lungo, più da vicino – le sculture o la straordinaria installazione di Davide Dall’Osso, visibile attraverso le quattro inferriate del prato dei Bastioni. In questa mia visione d’arte cittadina, a sostenermi sono stati in primis gli artisti che, con le loro opere e installazioni, hanno contribuito a rendere più luminosa e originale la visione notturna del lungolago e del loggiato della Cavallerizza. I contenitori architettonici, nel loro continuo stratificarsi di arredi, dipinti, sculture sono sempre stati ospitali. È solo degli ultimi secoli la separazione tra arti di periodi e settori diversi, una scomposizione dovuta sia alla mancanza di spazi per accogliere il nuovo e incessante lavoro degli artisti che a un eccesso separativo e classificatorio dell’esistente. È avvenuta per l’arte la stessa scomposizione che la medicina ha fatto del corpo umano, una parcellizzazione che ha sì originato le specializzazioni mediche, ma ha anche ostacolato però una visione e interpretazione olistica delle cose e degli uomini. Oggi si avverte il bisogno che l’arte tutta possa ritrovarsi insieme, riabbracciarsi, e a volte mischiarsi e confondersi col e nel contemporaneo, sapendo che si percepiscono appieno le potenzialità di palazzi, chiese sconsacrate e castelli, se si prova anche a immaginarli abitati dall’arte contemporanea, o se si fa incontrare la potenza evocatrice dell’antico con la moderna archeologia industriale di centrali elettriche dismesse come la Montemartini di Roma. E non è un gioco da vecchi cultori o critici d’arte: è piuttosto un bisogno di rimescolare le carte dell’arte e dell’architettura.

Vittorio Erlindo, nasce a San Benedetto Po (MN) il 15.2.1947. Già Direttore di biblioteca, direttore di Museo, Dirigente e Docente nelle scuole di pubblica amministrazione, Presidente della Galleria d’arte contemporanea di Suzzara, Consulente della città di Carpi per le arti visive, Direttore di collana di fotografia, Giornalista, Consulente di Aziende private e Pubbliche, come critico d’arte ha curato più cento esposizioni in Italia, Europa, Stati Uniti. Presente come curatore o saggista in decine di pubblicazioni, ama il cinema, l’architettura, la politica che si interroga, la curiosità e l’intelligenza delle donne che non fanno sconti agli uomini e alla società. Tra le sue ultime pubblicazioni, Nulla?, Autore della Mostra Antologica di Gabriele Calzetti, Ideatore e curatore dell’esposizione “…e quando il sole cade la città si accende” A Palazzo Ducale, catalogo della Mondadori-Electa nel 2016. Curatore dell’esposizione internazionale “… e fu terremoto. La nascita, la morte e la resurrezione del figlio di Dio tra sacro e profano”, Curatore della Biennale Light Art 2018 allestita nel Complesso Museale del Palazzo Ducale di Mantova. Curatore nel 2019, con Fortunato D’amico e Giancarlo Lacchin, di Blau di Elia Festa in collaborazione con il Comune e l’Aquario di Milano. Sempre nel 2019 presenta Gli invisibili al Museo Messina di Milano la mostra di Francesca Romano. Curatore della Biennale Light Art 2020 alla Casa del Mantegna e negli spazi adiacenti al Tempio di san Sebastiano di Leon Battista Alberti di Mantova.

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BIENNALE LIGHT ART
COMPLESSO MUSEALE PALAZZO DUCALE
CAVALLERIZZA DELLA CORTE NUOVA
24.06 – 18.09.2016
MOSTRA A CURA DI
Vittorio Erlindo
SEGRETERIA ORGANIZZATIVA
Ylenia Apollonio e Lisa Valli, con la collaborazione di Franco Amadei
UFFICIO COMUNICAZIONE
Renata Casarin con Ylenia Apollonio e Alessandro Colombo
REDAZIONE TESTI
Alessandro Colombo, Chiara Tranquillità e Lisa Valli
CREDITI FOTOGRAFICI
Complesso Museale Palazzo Ducale di Mantova:
Archivio Storico Fotografico (operatrice Cristina Garilli), Laboratorio fotografico (operatrice Emanuela Pezzini), Massimo Allegri, Paolo Bernini, Paolo Bertelli,, Niccolò Tasselli, Lisa Valli